Flop Jobs Act, i licenziamenti vanno su: colpe, interpretazioni e numeri

20 ottobre 2016 ore 10:25, Luca Lippi
Dall’ultimo osservatorio dell’Inps sul precariato  emerge che  aumentano i licenziamenti e diminuiscono le assunzioni a tempo indeterminato. 
Nello specifico, secondo le rilevazioni dell’Inps, tra gennaio e agosto del 2016 ci sono state oltre 304mila interruzioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il 4,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2015, oltretutto crescono di oltre il 28%, i licenziamenti per giusta causa o per giustificato motivo oggettivo, saliti dai circa 36mila dei primi 8 mesi del 2015 agli oltre 46 mila del 2016. 
Il peso di questa dinamica è da attribuire all’'abolizione all'articolo 18 attuata con il Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi che consente alle aziende di lasciare a casa più facilmente i dipendenti assunti a tempo indeterminato dal 2015 in avanti.
In apparenza sembra una guerra fra governo e Inps, dove i due attori principali, Renzi e Boeri, si contendono la palma di fattori del cambiamento ‘utile’, riformatori protesi alla risoluzione dei problemi atavici di un Paese che non ha, nel concreto, problemi strutturali per mala gestione (non in assoluto) ma anche per il brusco cambiamento nei numeri demografici e soprattutto per la crisi che ha fatto perdere dieci punti di Pil.
In ogni caso, per molti esponenti dell’opposizione, c’è una chiara presa di posizione sul fatto che il Jobs Act in concreto sia un completo fallimento, mentre il governo e la maggioranza hanno invitato a non strumentalizzare le statistiche appena pubblicate dall'istituto della previdenza, invitando piuttosto a guardare quelle dell'Istat, che attestano una crescita degli occupati per un totale di 600mila unitànegli ultimi due anni. 
Allo stato dell’arte, chi ha ragione?
Non entriamo nel merito, ma è sufficiente articolare alcune considerazioni, il peccato originale è quello di mettere a confronto i dati dell’Inps con quelli dell’Istat, sono due cose completamente differenti, soprattutto hanno metodologie diverse di rilevazione dei dati; l’Inps misura in concreto il numero di contratti di lavoro cessati e attivati in un determinato periodo, indipendentemente da chi è stato a farlo. 

Flop Jobs Act, i licenziamenti vanno su: colpe, interpretazioni e numeri

Per fare un esempio, uno stesso lavoratore potrebbe aver attivato più di un contratto a tempo determinato o indeterminato, cioè può essere stato licenziato in un'azienda e riassunto subito dopo in un'altra, oppure può avere avuto due contratti a tempo determinato nella stessa azienda. 
Diversamente l’Istat misura effettivamente il numero di persone che risultano avere un’occupazione anche solo di un’ora a settimana (in un determinato periodo).
Detto questo, solo in apparenza avrebbero ragione i difensori del Jobs Act, tuttavia si è verificato in passato che lo scorso anno l'Istituto nazionale della previdenza registrava un vero e proprio boom dei contratti di lavoro a tempo indeterminato che, nel dicembre del 2015, hanno avuto addirittura un incremento del 67%, grazie agli incentivi concessi dal governo a chi reclutava un nuovo dipendente in maniera stabile. In quel caso (all’epoca) Renzi raccolse il dato come un inno al Jobs Act, ora che gli incentivi alle assunzioni sono diventati meno generosi, i contratti a tempo indeterminato registrano invece un calo di quasi il 33% su base annua. 
In conclusione, la spinta del Jobs Act e soprattutto delle decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato perdono vigore. E la dinamica del lavoro ne risente. 
Peggio: aumentano i licenziamenti "per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo". Alla fine un chiaro segnale della debolezza dopo la cancellazione dell’articolo 18.

autore / Luca Lippi
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