I tre motivi che hanno portato la Cina a svalutare la sua moneta

21 agosto 2015, intelligo
Di Alessandro Corneli

Diverse motivazioni sono state fornite per spiegare la decisione cinese di svalutare del 4,5% la sua moneta, il renminbi (yuan), in tre tappe e in tre giorni, tra l’11 e il 13 agosto. 

I tre motivi che hanno portato la Cina a svalutare la sua moneta
La prima motivazione riguarda il rilancio delle esportazioni. La loro diminuzione avrebbe indotto Perchino a fornire un aiutino rendendole più competitive. Un aiutino, però, poiché con il 4% non si ottengono grossi risultati. A giudizio di molti esperti, solo una svalutazione intorno al 10% sarebbe stata incisiva, ma avrebbe messo la Cina in una posizione facilmente criticabile sul piano politico internazionale in un momento in cui si cerca di dare sostanza alla ripresa globale e di allontanare la deflazione che un calo dei prezzi dei prodotti cinesi avrebbe invece rafforzato. È però vero che, solo nell’ultimo anno, lo yuan si era apprezzato del 15% e un riallineamento, di fronte al calo dell’export, era prevedibile. I dirigenti cinesi hanno sostenuto la tesi dell’aggiustamento del livello del cambio e si sono affidati al giudizio dei mercati che, dopo una prima ondata di panico, si sono assestati, prendendo per buone le dichiarazioni della Banca centrale cinese. 

Proprio questo costituisce il nucleo della seconda motivazione: accreditare la Cina come paese economicamente e commercialmente affidabile cui non si può negare la patente di “economia di mercato”, finora negata per il peso eccessivo dello Stato nell’industria e nel sistema bancario, e soprattutto ottenere il riconoscimento dello yuan come moneta di riserva a fianco del dollaro, dell’euro, della sterlina e dello yen giapponese. Ciò aumenterebbe il peso della Cina all’interno del Fondo monetario internazionale, dove attualmente conta per meno del 4%, e le eviterebbe di essere rinchiusa in una area-yuan senza prospettive se gli Stati Uniti riuscissero a concludere gli accordi di libero scambio attraverso l’Atlantico (Ttip) e il Pacifico (Tpa).

Arriviamo così alla ragione sottostante la svalutazione che deve inquadrarsi nella strategia globale della Cina verso gli Stati Uniti, consistente nel mettere in difficoltà la manovra di Washington imperniata sulla conclusione dei due trattati di libero scambio, quello attraverso l’Atlantico, con la Ue, il Ttip, e quello attraverso il Pacifico, con numerosi paesi rivieraschi, dal Giappone al Cile, ma escludente la Cina. I due accordi, che rocedono attraverso negoziati estremamente riservati, per non dire segreti, hanno per obiettivo non dichiarato, ma trasparente, di isolare, rispettivamente, la Russia e la Cina, creando un blocco americano centrico tra  i due oceani di circa 1,3 miliardi di persone. 

Attualmente l’economia russa è in difficoltà per le sanzioni a causa della vicenda ucraina e Mosca reagisce facendo soprattutto affidamento sull’insofferenza che quelle sanzioni provocano anche sui paesi europei che le stanno applicando; la Cina, più libera di agire, ha inviato un segnale importante perché la svalutazione dello yuan sancisce lo sganciamento della sua valuta dal dollaro, ovvero la fine di una tacita alleanza monetaria su cui Pechino ha costruito le sue fortune economiche e una più aperta sfida alla moneta americana. Il segnale è questo: se gli Stati Uniti puntano a porsi al centro di due super-aree di libero scambio, esercitando con i due trattati in itinere una forza di attrazione sull’Europa e sul bacino del Pacifico, Pechino non intende restare a guardare per finire isolata o in un’alleanza con la sola Russia, ed è pronta a una vera sfida commerciale e valutaria. 

Il momento scelto da Pechino è quello della fine della presidenza Obama e soprattutto della vigilia di un aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed, previsto per l’inizio di autunno, che farà affluire capitali negli Usa dal resto del mondo e provocherà un generale aumento dei tassi e una lievitazione degli interessi sui debiti pubblici, rendendo più caro il denaro per gli investimenti produttivi e stimolando quelli speculativi a più alto rischio. Non sembra questa la strada per una ripresa generalizzata e, allora, anche una svalutazione del 4% può fare la differenza.
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