Il caso Levato dimostra che l'Italia strizza l'occhio a Caino e non ad Abele

21 agosto 2015, intelligo
Di Anna Paratore

Il caso Levato dimostra che l'Italia strizza l'occhio a Caino e non ad Abele
Quella di Martina Levato, Alexander Boettcher  e del loro bambino, il neonato Achille, è una storia dalla tinte fosche e cupe e che fa comprendere come in Italia, a ben vedere, si abbia sempre un occhio di riguardo per Caino piuttosto che per Abele…

Per quei pochissimi che non ricordassero o non sapessero, Martina Levato e Alexander Boettcher, per un gioco tortuoso, depravato e diabolico, un bel giorno hanno attirato in una trappola un ex di lei e gli hanno tirato in faccia dell’acido muriatico, col risultato di renderlo semicieco e di sfigurarlo per sempre. La colpa dell’ex di Martina era solo quella di aver avuto una storia con lei, niente di più e, secondo i due amanti diabolici, la prima inconsapevole vittima doveva essere solo la prima di una lunga serie.

Per fortuna, questi due delinquenti sono stati fermati dopo la prima aggressione e condannati solo a 14 anni di galera, soprattutto grazie alla capacità dei loro avvocati profumatamente pagati dalle famiglie abbienti e generose.  Famiglie che, già dal primo momento, si sono schierate accanto ai figli senza mai discutere quello che i figli hanno commesso. Acritiche e tutte concentrate a giustificare, comprendere, supportare i loro ragazzi.  Giusto così? I figli sono figli? Certo, ma se si può accettare che un genitore perdoni un figlio che ha sbagliato, non si può comprendere che non ci sia nessuna accettazione di responsabilità. 

Detto questo, ecco arrivare un neonato, il frutto “dell’amore” – ma qui l’amore c’entra poco – tra la Levato e Boettcher, bambino di cui erano a conoscenza dell’arrivo sia lui che lei anche quando commisero il loro crimine.  E qui, ecco che si scatena l’inferno.
Mezza Italia, sempre appitonata da un buonismo superficiale e sciocco, si chiede perché il neonato sia stato tolto appena nato a una madre instabile, una giovane donna che ha tentato più volte il suicidio, che soffre di depressione, che va curata, che è stata pronta senza problemi a rovinare la vita a un innocente, e che avrebbe continuato così?  L’altra mezza come si faccia a perdere tempo per discutere su una questione così semplice da risolvere volendo tutelare il bambino: se Martina avesse tenuto a suo figlio, non sarebbe arrivata dov’è,  e non è giusto far crescere un bimbo a una donna pericolosa, disturbata e crudele che dovrà stare in galera almeno i prossimi 10 anni. 

E nel bel mezzo della diatriba, i genitori di lei e di lui che si scandalizzano davanti a “tutta questa crudeltà” – quella che vuole portare via il bambino non quella usata dai figli per fare del male – e gli avvocati dei due giovani delinquenti, che prima volevano entrambi incapaci di intendere e volere per diminuire la pena e che ora invece vedono Martina assolutamente in sé, equilibrata e serena, pronta ad allevare il suo bimbo ovviamente non in galera ma in una struttura alternativa e protetta.  

E allora? Allora secondo noi, è semplice: il piccolo venga affidato a una brava famiglia, che lo accolga e lo cresca con amore, lontano da queste brutte storie e senza dover portare sulle spalle il peso di due genitori quanto meno ingombranti, che resteranno per sempre, piaccia loro o no, “la coppia all’acido”... 
autore / intelligo
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