Le parole della settimana: bancarotta ovvero ‘crac’

21 febbraio 2015 ore 8:15, Paolo Pivetti

Le parole della settimana: bancarotta ovvero ‘crac’
“Non siamo una colonia!” affermano orgogliosi i Greci. “Non esiste un piano B.” risponde perentoria l’Europa per chiudere la strada ad eventuali vie di fuga. Yanis Varoufakis combatte, la Merkel tratta, Wolfgang Schauble s’irrigidisce, Tsipras sorride, l’Eurogruppo ribolle. Uno spettro aleggia sull’Europa e il suo nome è bancarotta.

Ma perché la bancarotta si chiama bancarotta? Per avere una risposta dobbiamo risalire molto lontano nel tempo, all’Italia medievale, quella dei Comuni, poi delle Signorie. Nell’Italia del Medio Evo, quando un banchiere non riusciva a pagare i propri debiti la milizia cittadina veniva incaricata di fare a pezzi il banco al quale lavorava, di rompere il banco, ovvero la banca, alla quale si appoggiava. Di qui il termine di bancarotta. L’uomo medievale, si sa, era semplice. Preferiva che ad una causa seguisse immediatamente l’effetto senza lasciare conti in sospeso. Dunque, se un banco, per insolvenza del suo titolare, non era più autorizzato a funzionare, meglio romperlo con una bell’accetta, e sotto gli occhi di tutti. Felici tempi di brutale chiarezza. La banca, o banco, nome che ci proviene dal germanico bank, serviva a coprire anche molti altri usi nella città medievale. Indicava il luogo dove si amministrava la giustizia, arredato con panche per pubblico e testimoni e con un banco per i giudici: il magistrato supremo era il capo di banca. Banca era il luogo dove si arruolavano i soldati, e dove gli stessi passavano a riscuotere la paga. Nel gioco d’azzardo c’era poi chi teneva la banca (oggi il banco). Al maschile, banco era un tavolone con solide gambe per le più varie attività artigianali, un po’ come oggi. E poi c’era il banco, o banca, da cui siamo partiti, a cui sedevano i primi banchieri che prestavano denaro, ne ricevevano, lo investivano, più o meno come fanno adesso. E nessuno, proprio nessuno, aveva ragione di invidiare il banchiere che faceva bancarotta. E’ un vocabolo così efficace e suggestivo che l’abbiamo esportato in inglese, dove bankrupt è diventato un aggettivo: fallito, col conseguente verbo to bankrupt che vuol dire far fallire, mandare in fallimento. Oggi a questo termine, così esplicitamente drammatico per un’attività imprenditoriale, se ne sono affiancati altri apparentemente più sfumati. Fallimento per esempio, privo della corposa violenza di bancarotta, ma in fondo più deprimente. Noi, per sentirci evoluti, usiamo, soprattutto giornalisticamente, il termine crac credendo che sia un anglicismo mentre è soltanto una voce onomatopeica che imita un crollo: l’agghiacciante rumore di quel banco medievale che veniva fatto a pezzi, e che dev’essere rimasto nella memoria del nostro inconscio collettivo.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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