Obama e la crisi della consolidata alleanza con Israele

21 gennaio 2014 ore 10:44, Americo Mascarucci
Obama e la crisi della consolidata alleanza con Israele
Barack Obama passerà sicuramente alla storia per essere stato il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, ma non sarà probabilmente questo l’unico motivo
. Perché, di tutti i presidenti che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi, siano stati essi democratici o repubblicani, è stato il primo ad aver messo in crisi la consolidata alleanza con Israele. La fallimentare strategia dell’amministrazione Obama sul Medio Oriente, che è sotto gli occhi di tutti, dall’Egitto, alla Siria passando per l’Afghanistan e l’Iraq, si sta evidenziando anche nei rapporti con lo stato ebraico, gravemente compromessi dalle recenti derive filo palestinesi del segretario di stato John Kerry. Israele sembra aver perso la pazienza e se gli scontri con l’Unione Europea sono da anni all’ordine del giorno, quelli con gli Usa sono un’assoluta novità. Non si tratta qui di essere filo israeliani o filo palestinesi ma di analizzare i fatti con obiettività. Se la pace fra i due popoli non è stata mai raggiunta, nonostante anni di negoziati, la colpa non è certamente soltanto di Israele. L’Europa invece ha sempre identificato i buoni con i palestinesi ed i cattivi con gli israeliani. Ancora oggi certe calorose accoglienze riservate a Yasser Arafat nei principali paesi europei, Italia compresa, non possono non destare imbarazzo, alla luce della completa inaffidabilità del leader palestinese nel combattere il terrorismo di Hamas, ma ancora di più per l’elevato e conclamato tasso di corruzione che ha contraddistinto l’ex capo dell’Olp ed il suo cerchio magico. Adesso alla storica ostilità degli europei contro gli israeliani si è pure aggiunta quella degli americani. Obama ha miseramente fallito la sua strategia in Egitto; dopo aver legittimato Mohamed Morsi ed il governo della Fratellanza Musulmana si è trovato del tutto impreparato dinnanzi al colpo di stato del generale Al Sisi, all’arresto di Morsi, alla messa al bando dei Fratelli. Tutte mosse orchestrate dall’Arabia Saudita e che Obama non ha saputo gestire, barcamenandosi fra inutili inviti a non forzare troppo la mano contro Morsi ed i Fratelli, e parziali legittimazioni poco convincenti del nuovo regime militare. L’Afghanistan è un altro completo fallimento; l’amministrazione americana è arrivata al punto di scendere a patti con i talebani, fino al giorno prima considerati terroristi, pur di uscire da un vicolo cieco nel quale si sono cacciati, affidando il potere ad una classe dirigente, il ben noto clan Karzai, affarista e corrotta. In Siria Obama e company si sono buttati a capofitto nel sostegno all’azione dei ribelli anti-Assad senza accorgersi che a dirigere la lotta contro il regime di Damasco non c’era un popolo desideroso di riacquistare la libertà, ma c’erano gli integralisti islamici ed elementi di Al Qaeda che non a caso hanno presto trasformato le proteste in azioni di guerriglia terroristica. E del dialogo con l’Iran sul nucleare? Fra un passo avanti e dieci indietro, gli americani non hanno ancora cavato un ragno dal buco, rilanciando e frenando al tempo stesso il dialogo con il moderato Hassan Rohani per non compromettere del tutto l’alleanza con i sauditi, nemici giurati del regime di Teheran. Adesso ci si è messa pure la questione palestinese a complicare le cose; Kerry vuole a tutti i costi siglare un accordo, ma nel tentativo di farlo si è mostrato troppo sbilanciato in favore di Abu Mazen e contro il governo israeliano. Con il risultato che nemmeno più Israele è disposto a fidarsi degli americani, che a loro volta corrono il serio rischio di perdere l’unico alleato realmente affidabile che hanno sempre avuto nell’area mediorientale. Lo avevano ben compreso gli ebrei americani che alle ultime elezioni si sono schierati a maggioranza contro la rielezione del presidente, per tornare a far vincere la destra repubblicana. Insomma, niente male per il primo presidente afro americano destinato a passare alla storia.  
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