Nuovo Senato, per Renzi "oggi si fa la storia", sì ma con Verdini e Tosi

21 gennaio 2016 ore 12:42, Lucia Bigozzi
Il Senato ha detto sì. In Aula è finita 180 (sì) a 112 (no) sul ddl riforme costituzionali. Penultimo passaggio perché adesso il testo torna alla Camera per l’ok definitivo. Ma non tutto è filato liscio per la maggioranza perché a Palazzo Madama i numeri sono quelli che sono e, specialmente sui provvedimenti più delicati (come sarà quello del ddl Cirinnà al voto senatoriale il 28 gennaio) si gioca sul filo di un equilibrio ballerino. Dunque, la maggioranza da sola non sarebbe riuscita ad approvare il contestatissimo (dalle opposizioni) ddl Boschi perché per riuscirvi avrebbe avuto bisogno di raggiungere la maggioranza assoluta fissata a 161 voti. Chi è andato in soccorso del governo Renzi? Sono i tabulati dell’Aula a dire chi ha vota cosa e come: basta scorrerli per costatare che nonostante il no di Berlusconi, due senatori forzisti hanno votato in maniera opposta, cioè sì. A loro si aggiunge la pattuglia dei diciassette senatori verdiniani e tre colleghi di “Fare” la formazione che fa capo al sindaco di Verona Flavio Tosi. Il totale dei voti ottenuti fa 180, ma se di tolgono i venti senatori tra verdiniani e tosiani, si arriva a 158. Dalle file della maggioranza, e in particolare del Pd, c’è poi da registrare il no del senatore dem “ribelle” Walter Tocci. Si potrebbe dire usando un toscanismo che il ddl Boschi al Senato è passato per il “rotto della cuffia” anche se il premier Matteo Renzi tralascia il particolare (non di poco conto sul piano politico) e preferisce concentrarsi sulla portata di questo voto che definisce “storica”. 

Nuovo Senato, per Renzi 'oggi si fa la storia', sì ma con Verdini e Tosi
E così davanti ai senatori dichiara che dire sì alla legge “con un voto a maggioranza assoluta non ha eguali non nella storia italiana, ma in quella della storia Ue”.  Quindi ha aggiunto che “la storia politica italiana si occuperà di questa giornata e la storia sarà gentile con voi. Il Paese vi deve una gratitudine istituzionale”. Portare a casa una battaglia non significa vincere la guerra, come la storia insegna. E Renzi sa perfettamente che lo attendono le Forche Caudine del referendum, attorno al quale e sempre di più si sta concentrando il fronte (largo) del no. Lui stesso proprio sul referendum ci ha messo la faccia affermando che se gli italiani bocceranno al riforma del Senato 3.0 lui ne trarrà le dirette conseguenze, alias ‘vado a casa’. Le parole esatte che ha ripetuto davanti ai senatori sono chiare: “Se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza perché credo profondamente nel valore della dignità della cosa pubblica”. Per il momento si gode la vittoria della battaglia, per altro non facile, visti i numeri a Palazzo Madama. “In questi anni, cari senatori che avete votato questa riforma, vi hanno urlato dietro: fate le riforme al chiuso delle stanze ma il popolo non è con voi. Bene, andiamo a vedere da che parte sta il popolo su questa riforma. Vediamo se i cittadini la pensano come coloro i quali scommettono sul fallimento o su chi scommette sul futuro dell'Italia”. Poi ripercorre i passaggi-chiave che rivendica come successi del suo governo: “L’Italia non va bene, ma meglio perché in due anni la politica ha dimostrato che credendoci si possono fare le cose. Dopo anni di ubriacatura di acronomi tecnici, di subalternità della politica rispetto a fenomeni economici e finanziari, anni di qualunquismo, la politica ha ripreso il suo posto”.

autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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