Dove passa l’Isis non rimane più l’arte. Dopo Palmira distrutto il monastero di Mosul

21 gennaio 2016 ore 21:40, Andrea Barcariol
Non solo efferati massacri, ma anche distruzioni di città millenarie dal valore archeologico inestimabile. Dove passa l’Isis non rimane più l’arte. Di esempi ce ne sono fin troppi Aleppo, Nimrud, Dur Sharrukin, Hatra e anche Palmira. Ultimo caso il monastero di St. Elijah, a Mosul, costruito 1.400 anni fa (fondato nel 590 dopo Cristo, era situato su una collina che sovrasta Mosul). Si tratta(va) del più antico monastero cristiano in Iraq, l'edificio era già in gran parte senza tetto, ma erano ancora visibili 25 stanze e una cappella. Secondo gli esperti che hanno visionato le immagini post-distruzione, le antiche mura di pietra "sono state distrutte" da bulldozer e esplosivi, forse tra agosto e settembre 2014. A dare la notizia è stata l’agenzia Associated Press che riferisce di avere potuto accertare la distruzione del monastero attraverso fotografie satellitari commissionate alla società DigitalGlobe.

Dove passa l’Isis non rimane più l’arte. Dopo Palmira distrutto il monastero di Mosul
Sant'Elijah era già stato teatro di tragedie e atti di vandalismo, anche ad opera di militari americani durante l'occupazione dell'Iraq. Nel 1743, 150 monaci erano stati massacrati da un generale persiano perché avevano rifiutato di convertirsi all'Islam. I soldati della 101ma Divisione aviotrasportata Usa, invece, avevano ricoperto le pareti di disegni e vi avevano inciso l'aquila che è il loro simbolo. Sono in molti a chiedersi i motivi di questi scempi che non riguardano solo antiche tombe cristiane o rappresentazioni iconografiche bandite dall'Islam.
L'Isis ha già compiuto distruzioni di chiese, moschee e mausolei in Iraq, oltre che di reperti nelle antiche città di Ninive, Hatra e Nimrud e in quella di Palmira in Siria. Secondo molti la distruzione dei patrimoni dell'umanità riconosciuti dall'Unesco ha un fine molto preciso: quello di finanziare lo Stato islamico. Secondo l'Onu, la vendita dei reperti depredati costituirebbe una delle principali fonti di finanziamento dell’Isis  insieme alla vendita del petrolio e dei riscatti a seguito dei rapimenti.



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