Italia-Brasile: Quando il calcio insegna il confronto non violento

21 giugno 2013 ore 15:58, intelligo
di Micaela Del Monte.
Italia-Brasile: Quando il calcio insegna il confronto non violento
A poche ore dal super match tra Italia e Brasile di Confederations Cup rimbalzano su internet le ipotesi di una sospensione della manifestazione per via degli ormai inarrestabili scontri che hanno visto i brasiliani riversarsi in piazza e manifestare contro l'aumento dei prezzi, dei trasporti e non solo.
Per la prima volta oggi dopo 15 giorni di “battaglia” si è registrata la morte di due manifestanti che vanno  ad aggiungersi centinaia di feriti. In pochi parlano di quanto sta succedendo in Brasile, di come in un Paese attualmente in via di sviluppo e sempre un po' in crisi, i soldi vengano utilizzati per organizzare competizioni calcistiche come la Confederations Cup e il Mondiale. E come in questo Paese, non del tutto in pace con se stesso, i cittadini vengano messi a dura prova con l'aumento dei costi della vita.
Da una parte si nascondono le favelas, dall'altra si esalta il lavoro svolto per permettere alla competizione di esistere. Ma di nuovo è il calcio ad essere al centro del dibattito televisivo, non solo perché si tratta dello sport più amato del pianeta, ma anche perché rappresenterà la vittoria del dialogo, del confronto leale e corretto, su tante divisioni che sconvolgono il mondo. E se è vero che il calcio oscura quelli che sono i veri problemi, in quanto tutti i riflettori si concentrano proprio sulla competizione sportiva e non sulle rivolte, è altrettanto vero che è un esempio di cultura della pluralità, di società aperta, nel senso più alto del termine. Certo, il grande lavoro fatto in Brasile per l'organizzazione del torneo e la ricostruzione dei grandi stadi ha fatto sì che si dimenticasse di affrontare il tema delle condizioni dure di lavoro degli operai. Ma la passione per questo sport tende, per almeno 90 minuti, ad affievolire i problemi delle persone, e questo non può essere considerato un male. È soprattutto in Paesi come il Brasile che il gioco del calcio ha lo scopo di essere una valvola di sfogo, e se perde questo valore che senso avrebbe?
Quando si tifa, si tifa. Quando si gioca, si gioca. Non c'è altro a cui pensare.
Ma c'è anche chi usa la propria importanza in campo per farsi portavoce della protesta e sostenere tutti quei ragazzi che sono in strada a combattere per un paese migliore. C'è Neymar che, oltre ad essere uno dei più importanti giocatori della Seleçao, si dice ispirato dalla protesta. E ce ne sono tanti altri che in queste ore hanno voluto dire la loro. Ma siamo sicuri che un gol non cambierà un Paese, non migliorerà la situazione, ma sicuramente porterà (anche per un millesimo di secondo) il sorriso sui volti di chi lotta per strada ogni giorno.
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