Saccomanni fa il duro coi burocrati del Tesoro e gioca la partita dei rimborsi alle imprese

21 maggio 2013 ore 11:35, intelligo
Saccomanni fa il duro coi burocrati del Tesoro e gioca la partita dei rimborsi alle imprese
di Abbaia Khan. La notizia politica più rilevante di queste ultime settimane è passata senza particolare enfasi sui giornali, occupati perlopiù a descrivere retroscena e retropensieri sul governo Letta-Alfano e sulla sua possibile durata. Di cosa si tratta? Dell’avvicendamento al vertice della Ragioneria Generale dello Stato tra Mario Canzio (l’uscente) e Daniele Franco (l’entrante). E’ un vero terremoto, sia nella sostanza (il Ragioniere dello Stato è figura chiave nell’azione di qualsiasi governo) sia nella forma (i movimenti nelle alte sfere dell’Amministrazione sono normalmente discreti e felpati). Questa volta invece il ministro Saccomanni non ha fatto né sconti né complimenti, avviando in tempi rapidi l’opera di spoil system della gestione ereditata da Grilli (ma in sostanza da Tremonti).
Che il colpo sia duro lo dimostra, tra le altre cose, la polemica risposta di Canzio, il quale ha scritto una “addolorata” lettera di commiato ai dipendenti della Ragioneria. Nella missiva il grand commis “dimissionato” afferma di avere “l’animo ferito dalla necessità di dover accettare gli esiti di un abbandono non desiderato”. E’ fin troppo facile intravedere nel ricambio al vertice di Via XX Settembre uno scontro tra poteri: tra quello di Bankitalia (da cui provengono Saccomani e Franco) e quello del Tesoro (a cui appartiene Canzio). Ma la reale posta in gioco, quella politicamente incandescente, è probabilmente legata all’annosa questione dei debiti della Pubblica Amministrazione verso il sistema delle imprese. Canzio è indicato (a torto o a ragione) come il principale “ostacolo” all’erogazione del rimborso alle aziende (una torta stimata in 100 miliardi di euro, che ridarebbe un po’ di fiato all’economia nazionale). Tant’è che l'ex-Ragioniere dello Stato si trova da tempo nel “mirino” dei media, soprattutto di quelli più sensibili alle esigenze del sistema delle imprese. Il primo a sparare a “palle incatenate” contro la Ragioneria Generale è stato Il Sole 24 Ore, che il 7 aprile scorso ha puntato l'indice contro “quel cuore di tenebra che alberga” dentro lo Stato e che impedisce persino di contabilizzare quanto dovuto dall’Amministrazione alle aziende. A rincarare la dose ha provveduto nelle settimane scorse il Corriere della Sera che ha più volte battuto il tasto (con Giavazzi, Rizzo e Stella) della burocrazia “inamovibile” e “inossidabile” , vero ostacolo all'azione dei governi. E proprio lunedì 20 maggio, pochi giorni dopo il dimissionamento di Canzio, il solito Giavazzi ha affermato solennemente che “emettere 40 miliardi di titoli per saldare i debiti è possibile”, aggiungendo che “questo è un buon momento per farlo”. Se il grande Nino Manfredi fosse ancora tra noi, sicuramente esclamerebbe: “Fusse che fusse la vorta bona?”.  Purtroppo l’Italia di Manfredi non esiste più. E la cautela, con il potere burocratico-politico che ci ritroviamo al giorno d’oggi, è quanto mai d’obbligo.
autore / intelligo
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