Istat 2016 disastroso, giovani a part-time e a tempo: cercasi reddito

21 maggio 2016 ore 9:25, Luca Lippi
Il sistema di protezione sociale italiano è tra quelli europei “uno dei meno efficaci”. Lo rileva il Rapporto annuale Istat 2016, evidenziando come “la spesa pensionistica comprime il resto dei trasferimenti sociali”, aumentando il rischio povertà. Nel 2014 il tasso delle persone a rischio si riduceva dopo il trasferimenti di 5,3 punti (dal 24,7% al 19,4%) a fronte di una riduzione media nell'Ue di 8,9 punti. Solo in Grecia il sistema di aiuti è meno efficiente che in Italia. 
In sostanza, la povertà aumenta nonostante i deboli segnali di ripresa ma che accostati alla sempre troppo debole spinta inflattiva stanno erodendo le speranze di futuro di una intera generazione, mettendo sulla difensiva la generazione che al momento ha qualcosa di costruito ma che tiene sotto il materasso perché totalmente sfiduciata nel futuro.
Questo sclerotizza i consumi e quindi inchioda la crescita.

Istat 2016 disastroso, giovani a part-time e a tempo: cercasi reddito


Il presidente dell’Istat Giorgio Alleva delinea i tratti di una situazione piuttosto sclerotizzata: “Le dinamiche demografiche comporteranno un miglioramento piuttosto modesto del grado di utilizzo dell'offerta di lavoro pertanto nel 2025 il tasso di occupazione resterà dunque prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva", si legge nel rapporto.
In altre parole, la produzione industriale sta crescendo, si riprendono anche manifattura e costruzioni, l'occupazione aumenta, le politiche familiari di riduzioni dei consumi rallentano. Ma nella sostanza il Paese non va più avanti: l'occupazione cresce solo perché i cinquantenni rimangono al lavoro ben oltre i 60 per via delle riforme pensionistiche, mentre il tasso di occupazione dei giovani cala drammaticamente. Sempre più trentenni rimangono in casa con i genitori, si formano meno famiglie, nascono meno bambini. In passato la laurea era un forte fattore di spinta e di miglioramento sociale, ma adesso neanche l'istruzione superiore mette al riparo i giovani dalla precarietà e dalla disoccupazione, o dalla sottoccupazione, della quale sono le vittime principali. Quello che davvero fa sempre più la differenza è nascere nella famiglia giusta, in Italia ma in fondo anche in Europa: c'è una correlazione sempre maggiore tra il livello professionale dei genitori, la proprietà della casa e la posizione dei figli.
Il 62,5% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori (sono 6 su 10!), con una forte differenza tra le donne (56,9%) e gli uomini (68%), ma soprattutto una consistente differenza con la media europea, che si attesta al 48,1%. Ma se si guarda ai più giovani le percentuali sono ancora maggiori: nel 2015 vive con la famiglia il 70,1% dei ragazzi di 25-29 anni e il 54,7% delle coetanee, vent'anni fa le percentuali erano del 62,8% e del 39,8%. La acusa è da individuare nella difficoltà del mercato del lavoro, che taglia posizioni soprattutto tra i più giovani, non garantisce stabilità e penalizza le retribuzioni.
Il Rapporto Istat sul mercato del lavoro evidenzia che il problema non è tanto che l'occupazione si stia riprendendo lentamente, e che comunque il livello del 2008 non sia stato ancora recuperato, quanto il fatto che gli occupati crescano soprattutto nella fascia di età 50-64 anni (più 1,5% rispetto al 2014 e più 9,2% rispetto al 2008). E dunque non si tratta di un vero aumento, quanto di una maggiore permanenza, dovuta alle riforme previdenziali. Mentre il tasso di disoccupazione dei giovani rimane particolarmente basso, al 39,2% contro il 50,3% del 2008. Inoltre "il percorso più tradizionale, in cui alla fine degli studi segue un lavoro permanente, è stato via via sostituito dall'ingresso con lavori a termine, e la china non salva neanche i laureati, soprattutto se perdono il lavoro in età avanzata. 
C’è poi un ulteriore elemento di preoccupazione, la disuguaglianza in aumento secondo la misurazione dell'indice di Gini che vede un incremento dallo 0,40 del 1990 allo 0,51 del 2010. Le ragioni si annidano negli squilibri del mercato del lavoro, che a loro volta dipendono moltissimo dalle condizioni di partenza. L'Italia è tra i Paesi dove è maggiore il vantaggio degli individui con status di partenza "alto", cioè che a 14 anni vivevano in una casa di proprietà e che avevano almeno un genitore laureato e con professione manageriale. Al contrario, ci sono sempre più minori a rischio di povertà perché i genitori sono disoccupati o hanno uno stipendio basso. Per cui per i minori l'incidenza della povertà relativa è salita dall'11,7% al 19% tra il 1997 e il 2014, mentre per gli anziani si è dimezzata nello stesso periodo, passando dal 16,1 al 9,8%. Tanto e sufficiente per concludere che nel 2015 la situazione generale sarà, forse, esattamente come lo era nel 2010. Auguri all’Istat per il suo 90esimo anniversario.

autore / Luca Lippi
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