Elezioni Usa: la seconda "guerra" di secessione americana

21 marzo 2016 ore 14:22, intelligo
di Alessandro Corneli.

La campagna elettorale americana per eleggere il presidente è come un Palio di Siena lungo un anno con le schermaglie per prendere le migliori posizioni (primarie) e poi ogni genere di colpo durante la corsa. Le contrapposizioni, come quelle tra i rioni della città toscana, appaiono fortissime e anche delle alleanze sottobanco non c’è da fidarsi. Le cose che dicono i candidati mettono spesso i brividi e danno l’impressione che ci siano due Americhe, anziché una, decise a scontrarsi in un duello mortale. Invece, salvo rari casi, dopo le convention che stabiliscono i candidati dei due partiti e i loro vice – il cosiddetto ticket presidenziale – le acque si calmano all’interno di ciascun partito perché tutte le forze devono essere concentrate sull’obiettivo di conquistare la Casa Bianca.

Elezioni Usa: la seconda 'guerra' di secessione americana
Certo, propaganda di parte e sondaggi fanno di tutto per tenere tutti, in America e fuori, con il fiato sospeso, ma quasi sempre il risultato è scontato e mantiene vivo il sospetto che, dietro il folklore, ci sia una regia forte, quel “consensustrasversale tra democratici e repubblicani che garantisce l’alternanza, consente anche lunghi predomini all’uno o all’altro partito e, quando lo ritiene necessario,  impone rotture e cambiamenti: una specie di trasfusione di sangue al sistema che emerge sempre giovane e vigoroso. Ma il segreto del successo della regia forte è semplice: mettersi in sintonia con gli umori dell’elettorato e orientarlo sul candidato che sembra meglio interpretarli. 

Se consideriamo le 29 elezioni presidenziali dal 1900 al 2012, apparentemente sempre combattute e avvincenti, si scopre che solo in 4 casi la corsa si è decisa sul filo di lana: 1960 (Kennedy su Nixon), 1968 (Nixon su Humphrey), 1976 (Carter su Ford) e 2000 (Bush Jr. su Gore). Solo in questi quattro casi il “consensus” non c’è stato e la lotta è stata vera e dura. Ma negli altri 25 casi, al di là della propaganda, non c’è mai stata partita tra i due candidati e il vincitore ha sempre vinto con largo margine. 
Sarà così anche questa volta? Dopo il primo presidente afroamericano avremo anche la prima presidentessa per tributare al sistema americano l’omaggio dell’innovazione e del coraggio e quindi anche il diritto alla leadership? Comunque, non dimentichiamo che la vecchia Europa ha avuto Margaret Thatcher e ha Angela Merkel. A oggi, l’andamento delle primarie sembra confermare che il “consensus” abbia scelto Hillary Clinton per la vittoria e Donald Trump come destinato alla sconfitta.

Qualcosa sta però accadendo all’interno del sistema politico americano. Qualcosa che potrebbe incrinare il solido bipartitismo che sostiene l’intero sistema. La presa di Donald Trump su una buona fetta dell’elettorato conservatore (prevalentemente repubblicano), da una parte, e il consenso significativo che accompagna la battaglia di Bernie Sanders contro Hillary Clinton in campo progressista (democratico), potrebbero preludere a una crisi del bipartitismo che potrebbe manifestarsi come spaccatura del centro dell’elettorato, smentendo la prassi consolidata che “si vince al centro”. È difficile che gli elettori  galvanizzati da Trump rientrino nei ranghi di un conservatorismo moderato; ed è altrettanto difficile che gli elettori che danno ascolto alle tesi “socialiste” di Sanders si accontentino di un progressismo moderato e gattopardesco. In entrambi i casi si tratta di pulsioni ideologiche che cominciano a fare breccia nel pragmatismo americano e nella logica del “consensus” e che potrebbero non esaurirsi con la fase spumeggiante delle primarie. 


autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]