Renzi e il modello leninista

21 novembre 2016 ore 12:11, intelligo
di Alessandro Corneli    

Nell’ormai celebre dibattito tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelski, il primo disse di avere studiato il diritto costituzionale sui testi del secondo. Può darsi, ma è certo che, nel frattempo, Renzi ha elaborato una particolare visione delle istituzioni. 
Ha detto: “Se i cittadini dicono di NO e vogliono un sistema che è quello decrepito che non funziona, io non posso essere quello che si mette d'accordo con gli altri partiti per fare un governo di scopo o un governicchio. Il governo tecnico l'abbiamo avuto più volte e sono salite le tasse”. 
Renzi e il modello leninista
Prima annotazione: Quale governo succeda a un’eventuale fine di quello attuale non spetta a Renzi dirlo
. Spetta, nella sostanza, al Parlamento (a Costituzione immutata se vincesse il NO, come da ipotesi) e, quanto alla forma, spetta alla sensibilità del Capo dello Stato.
Seconda annotazione: Si può essere d’accordo con Renzi quando dice che questo sistema è “decrepito” e si può apprezzare la sua intenzione di non restare (al governo) se non può “cambiare le cose”. Il punto è che, in quasi tre anni, Renzi non ha spiegato quali cose cambierebbero e come,  rinviando tutto alle virtù taumaturgiche dell’abolizione del bicameralismo perfetto  senza cambiare la testa dei sopravvissuti. In particolare, se è vero che i politici fautori del NO “cercano un pretesto per conservare i privilegi che hanno sempre avuto (e) stanno cercando tanti pretesti per difendere i loro privilegi", dovrebbe spiegare in che modo la riforma eliminerebbe questi privilegi poiché è stato dimostrato che una riduzione dei costi di una manciata di milioni di euro non sembra destinata a realizzare questo obiettivo. I privilegi sono distribuiti lungo tutta la scala sociale e la riforma non li tocca. Al più, li sposta.
Terza annotazione: Renzi ammette che, vinca il SI o il NO, la legge elettorale andrà cambiata (come vuole la Corte costituzionale) e aggiunge che “questo elimina anche il problema del combinato disposto con il referendum". Non è vero: le due cose vanno insieme ma sarebbero diverse le conseguenze. Se vincesse il NO, si andrebbe verso una prevalenza del proporzionale, eventualmente con sbarramento (che un po’ equivale al premio di maggioranza) ma senza ballottaggio. Se vincesse il SI, Renzi non rinunzierebbe al ballottaggio poiché ha detto: “Non ci vedo niente di male nell'Italicum perché il ballottaggio mi sembra la cosa più giusta”.  
Questa ultima affermazione chiarisce quale modello ha in testa (o quale modello, dall’esterno, è stato trapiantato nella sua testa): è il modello leninista.
Infatti, con il ballottaggio esce dalle urne non un partito di maggioranza ma un partito dominante che risponde al suo segretario il quale diventa il dominus. Com’era nella vecchia Urss, dove pure esistevano un Capo dello Stato, un Capo del Governo, i ministri, ecc., ma dove tutto dipendeva dal Primo Segretario del PCUS (Partito comunista ufficiale sovietico). 
Le polemiche all’interno del PD non costituiscono un elemento di debolezza per Renzi: sono la premessa – secondo la prassi sovietica – per eliminare, appena avrà in mano il successo del SI, il gruppo anti-partito: il primo, e forse l’unico, ad averlo capito è stato Massimo D’Alema, che per il 5 dicembre ha annunciato il ritiro dalla politica. E un po’ Cuperlo. Gli altri fanno il suo gioco.
Pur di fare vincere il SI, Renzi ha deciso di cavalcare anche l’antieuropeismo e quasi sicuramente alcuni elettori gli crederanno. Ma non offre modelli alternativi, molto probabilmente perché non li ha in testa. Se ne deduce che il suo ostentato nazionalpopulismo è vuoto, e per questo è pericoloso, per cui resta solo la sua ansia che ingigantisce a mano a mano che si avvicina il 4 dicembre. 
Se Renzi avesse un progetto sulla riforma dell’Europa, poiché non basta dire che “questa” Europa non gli piace, si potrebbe prenderlo in considerazione (il progetto), ma non c’è. Sul terreno c’è solo una pessima riforma costituzionale che non porta chiarezza sulla ripartizione dei compiti tra lo Stato e le Regioni (escluse quelle a statuto speciale che diventerebbero ancora più speciali), che non riduce le possibilità di conflitto tra Camera e Senato, che potrebbe degenerare in guerriglia permanente, che appiattisce il Parlamento sul partito dominante e questo sul suo Segretario che è anche Capo del Governo. La superficialità con cui è stata fatta la riforma (a parte l’occulto disegno leninista, che non è superficiale) è stata confermata dall’ultima osservazione: gli Statuti delle Regioni a statuto speciale vietano ai loro eletti di ricoprire un incarico parlamentare: come potranno, allora, essere eletti i senatori i consiglieri regionali? È quindi evidente che la riforma costituzionale è strettamente legata alla legge elettorale, contrariamente a quanto afferma Renzi, e non vale per i contenuti ma solo per spianare la strada alla realizzazione del modello leninista.  


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