La password della settimana: Apocalisse

21 ottobre 2016 ore 10:14, Paolo Pivetti
di Paolo Pivetti

Quando tutti gli aggettivi per raccontare un evento drammatico sono esauriti, il buon cronista si rifugia nell'ultima spiaggia di “apocalittico”. Ed ecco apparire lo “scenario apocalittico” di un'alluvione, la “devastazione apocalittica” lasciata dall'ultimo uragano eccetera. Siamo nei giorni decisivi dell’assedio di Mosul, e già si preannuncia una resa dei conti “apocalittica”. Passando dal giornalismo al cinema, Francis Ford Coppola, regista americano consacrato, non seppe sottrarsi tanti anni fa alla tentazione d’intitolare il suo tragico film sull'ecatombe del Viet Nam “Apocalypse Now”.

Ma attenzione: la parola Apocalisse, con tutti i suoi derivati, nel corso dell'uso e dell'abuso storico, è finita fuori registro. Perché Apocàlypsis, nell’antica lingua greca, significa “rivelazione”; non “catastrofe”, non “disgrazia”. È il nome dato al ventisettesimo e ultimo libro del Nuovo Testamento, da Giovanni, suo autore che la tradizione ha sempre riconosciuto in Giovanni evangelista, anche se la critica più recente mette in dubbio questa identificazione. Il libro rappresenta, in una composizione di altissima intensità poetica, ricca di un significato profetico limpido e misterioso, la rivelazione delle verità ultime sul destino dell’umanità. E l’ultima e conclusiva di queste verità, secondo il libro di Giovanni scritto per consolare, incoraggiare e sostenere i fedeli delle “sette Chiese che sono in Asia”, è la felicità finale, la quale felicità, come capita a ciascuno di sperimentare anche qui nella vita terrena, arriverà solo attraverso dure tribolazioni, che saranno superate e vinte.

Oggi l'immaginario collettivo, forse indirizzato fuori strada da una lettura superficiale e fuorviante, si è impigliato nell'aspetto necessariamente doloroso di questo percorso. Ecco allora prevalere i chiaroscuri violenti delle tribolazioni, e perdere rilievo l’esito finale di una felicità nella quale sembra che più nessuno creda. La promessa della Beatitudine eterna è percepita dal nostro semplicismo post-illuminista come una promessa illusoria, e per di più poco invogliante, nell’immagine arcaica di un Paradiso immobile. Non siamo più capaci di credere che nel mistero di questa felicità si racchiude invece la rivelazione di una vita nuova, piena di avventure, che ci coinvolgerà, anche se non ci è dato per ora di conoscerla. Dunque apocalittico per noi vuol dire solamente, e banalmente, catastrofico.

La password della settimana: Apocalisse
 

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