Alunno gay rifiutato, Adinolfi: "Ricordo il caso di Moncalieri, aspettiamo. Il mio appello al preside"

21 settembre 2016 ore 13:14, Adriano Scianca
"Il precedente di Moncalieri parla chiaro, bisogna capire bene. Faccio un appello ai responsabili scolastici affinché parlino e spieghino la loro versione". Così il direttore de "La Croce", Mario Adinolfi, commenta il caso della scuola di Monza che avrebbe cacciato uno studente solo perché gay. E sulla legge anti-omofobia, dice a Intelligonews: "La discriminazione va sempre stigmatizzata, ma non serve una nuova legge".

Che idea si è fatto del caso della scuola di Monza?

Alunno gay rifiutato, Adinolfi: 'Ricordo il caso di Moncalieri, aspettiamo. Il mio appello al preside'
«Credo che bisogna stare molto attenti e vedere bene cosa è successo. Il precedente di Moncalieri parla chiaro, a volte si dicono alcune cose, poi si fa un'indagine e si scopre che le cose non stanno proprio come si era detto. Qui sembra che ci fosse stato un precedente dal contenuto molto controverso. Insomma, bisogna capire bene. Come al solito sui media suona una sola campana. Io però faccio un appello ai responsabili scolastici affinché parlino e spieghino la loro versione».

 Qualora le indagini confermassero che c'è stata discriminazione?

«Se c'è discriminazione va sempre stigmatizzata. Ma è un problema di cultura, non servono nuove leggi o aggravanti strane, c'è già l'aggravante dei futili motivi che è prevista dal nostro codice». 

Si riferisce alla cosiddetta legge anti-omofobia? 

«Si tratta di una proposta di legge ideologica, che mira solo a mettere il bavaglio a certe opinioni, e che non a caso è parcheggiata in Parlamento perché anche la maggioranza sa che è improponibile». 

Quella contro il cyberbullismo, invece, è stata approvata alla Camera. Il problema è reale, ma siamo sicuri che anche in questo caso la legge non possa colpire le idee, insieme ai comportamenti censurabili? 

«Si tratta di una legge pensata sull'onda di alcuni casi di cronaca, il che non è mai positivo perché non si valutano bene le conseguenze. Il problema sicuramente c'è, ma riguarda la capacità pedagogica dei genitori. È una questione pre-politica e pre-normativa. Bisogna capire che non esiste la “privacy” di un figlio di 12 o 13 anni. Controllare i figli non è un'opzione, è un dovere. Sono cose che non dobbiamo delegare alla legge».
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