Obama dichiara guerra a Putin

21 settembre 2016 ore 16:23, intelligo
di Alessandro Corneli

Quando le difficoltà interne aumentano, si cerca una soluzione all’esterno. È quanto hanno deciso gli Stati Uniti. Gli atti stragisti, se non si vuole definirli terroristici e per di più di matrice Isis, hanno messo in difficoltà il presidente Obama e rischiano di ripercuotersi sulla campagna elettorale di Hillary Clinton, A questo punto Obama ha sferrato, dalla sede dell’Assemblea generale dell’Onu, il suo attacco a Vladimir Putin, cioè alla Russia. Ha detto, in una forma offensiva che ricorda il telegramma di Bismarck a Napoleone III, che "La Russia sta cercando di riguadagnare la gloria perduta tramite la forza". Con un riferimento fin troppo esplicito a Putin, ha detto: "No agli uomini forti e a modelli di società guidate dall'alto. La democrazia resta il vero percorso da compiere. E la strada verso la vera democrazia è meglio dell'autoritarismo".


Peccato che pochi giorni fa in Russia sia siano svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento – la Duma – che gli osservatori internazionali hanno definito corrette, insistendo però sulla bassa affluenza alle urne: intorno al 50%. Che è poi, guarda caso, l’affluenza media degli elettori americani alle elezioni presidenziali. Quanto poi agli “uomini forti”, è proprio il modello presidenzialistico americano, copiato dalla Russia post-sovietica (e all’epoca apprezzato dagli americani), che esalta la personalizzazione del potere, e più in ambito democratico che repubblicano, se si pensa a F.D. Roosevelt, a Kennedy, a Clinton e allo stesso Obama. Per quanto riguarda, infine, i modelli di società “guidate dall’alto”, negli Stati Uniti non comanda forse la Federal Riserve? Abilissimo nel gestire l’abbattimento del caccia russo da parte della Turchia, Putin ha sbagliato a far dire che il raid della coalizione a guida americana che ha ucciso decine di soldati siriani dimostra che “la Casa Bianca appoggia l’Isis”. Ma quel raid ha consentito di far morire sul nascere la cooperazione russo-americana in Siria, accettata malvolentieri da Washington perché rappresentava sostanzialmente una vittoria diplomatica di Mosca. Adesso Putin deve rimediare se non vuole fare il gioco dell’America che vuole alzare il livello dello scontro.

Ben sapendo che il Papa farà di tutto per evitare una escalation militare a livello globale, Obama ne ha quasi ripreso le parole:  "Dobbiamo fare di più per aiutare i rifugiati. Dobbiamo aprire i nostri cuori per accogliere i rifugiati nelle nostre case". Perché non c’è dubbio che egli teme di più Francesco che Donald Trump poiché un rinnovato clima di guerra fredda può compattare la nazione americana e, nel segno della continuità, favorire la vittoria di Hillary Clinton.

Il fronte debole degli Stati Uniti resta l’Europa, cioè la Germania, rea di puntare, insieme alla Francia, a una composizione politica della crisi ucraina e di Crimea, ma soprattutto di non avere appoggiato una conclusione del TTIP, il trattato di libero scambio euro-americano. La pressione su Berlino è evidente: a parte l’immagine negativa di Angela Merkel dipinta dai maggiori media internazionali, che insistono sulle sue limitate disavventure elettorali parziali, sul tavolo ci sono oltre 30 miliardi di dollari chiesti per l’affare Volkswagen e per la Deutsche Bank. E gli elogi americani a Matteo Renzi sono un chiaro incentivo al capo del governo italiano per contribuire a questa campagna anti-tedesca.

Diversamente dal passato, gli ultimi mesi della presidenza non stanno riducendo la capacità di iniziativa in campo internazionale degli Stati Uniti. Essi invece sono utilizzati per spingere gli elettori (dall’alto?) verso il fatto compiuto. Ma gli elettori potrebbe ricordare ciò che disse il presidente Dwight Eisenhower il 17 gennaio 1961 nel discorso di commiato al termine di otto anni di presidenza. Lui, repubblicano, generale e comandante dello sbarco alleato in Normandia, disse che bisogna comprendere le gravi implicazioni della “congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari ed un'enorme industria di armamenti”. Da qui la denuncia del pericolo: “Dobbiamo guardarci le spalle contro l'acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l'ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro”. Il futuro sembra arrivato.

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