Giuliano... Amato da tutti, non amato dai Craxi

22 aprile 2013 ore 11:29, Pietro Romano
Giuliano... Amato da tutti, non amato dai Craxi
Gli unici che continuano ostinatamente a non sopportarlo per nulla sono Bobo e Stefania Craxi. Divisi su tutto (tanto che il quotidiano “Il Fatto” li ha dovuti intervistare separatamente), concordano solo sull’odio per lui: “Se papà Bettino era il capo dei ladri, allora Giuliano Amato era il vice ladrone” ha detto Bobo pochi giorni fa. Sarebbe stato più saggio ribaltare l’assunto: Amato non era vice ladrone, perché papà Bettino non era il capo dei ladri.
La differenza con Bettino Craxi è che Amato, per i due, decise di saltare sul cavallo giusto, l’Ulivo, la sinistra di salotto e di governo, e il suo mentore no. Entrambi di origini siciliane, Amato mise in pratica il proverbio “piegati giunco, quando il fiume è in piena”, Bettino Craxi non volle o non riuscì a farlo, rimase rigido, finì per spezzarsi. Amato capì (o gli fecero capire, la sostanza non cambia) che “mani pulite” non era un fenomeno passeggero e soprattutto che quella guerra non avrebbe permesso prigionieri. Bettino Craxi, Raul Gardini, Gabriele Cagliari, Lorenzo Necci e tanti altri non lo compresero e sono finiti come sappiamo. A frenare la sua corsa al Quirinale è stata l’antipatia che evidentemente prova per lui Pierluigi Bersani, ma dopo la serie di sconfitte incassate dall’ex(?) segretario del Pd, Amato è tornato in pole position per Palazzo Chigi. Del resto, molti commentatori assicurano che Amato sia l’uomo giusto per ogni crisi. E più crisi di questa…  Benché gli italiani lo rammentino per il balzello del sei per mille sui conti correnti, la sua storia è ben più lunga di quella decisione tramite la quale, alcuni analisti economici assicurano, l’Italia evitò il fallimento. Continua a sostenerlo con decisione lui stesso, da nazionalista convinto, tanto da non aver mai detto “no” a un incarico italiano ma da aver rifiutato all’estero persino la guida del Fondo monetario internazionale. Amato è nato a Torino 75 anni fa da un impiegato arrivato nel capoluogo subalpino dalla Sicilia. Si è laureato alla Normale perché, come lui stesso ha spesso sottolineato, allora in Italia l’ascensore sociale funzionava e gli studi, perlomeno da metà ottocento, costituivano il fulcro di questa integrazione meritocratica. E’ stato docente universitario, presidente dell’Ires (all’epoca eccellente istituto di studi giuridico-economici della Cgil), dirigente del Psiup, entrato nel Psi in quanto folgorato dal modernizzatore Craxi sotto il quale diventa (esattamente quarant’anni fa) deputato e poi ministro del Tesoro. Ma è nel ’92 che arriva all’apice (finora) del potere, salendo alla presidenza del Consiglio. In seguito si  ricorderà questa esperienza appunto per l’introduzione del balzello del sei per mille sui conti correnti, ma anche per l’avvio delle privatizzazioni, che lui stesso oggi critica, in quanto non furono precedute dalle liberalizzazioni, benché poi i danni maggiori su questo fronte li abbiano commessi Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi. Non si butta nel fuoco per il suo mentore Bettino finito in esilio (o fuggito alla prigione, secondo altre visioni), anzi, spinge a Palazzo Chigi e poi al Quirinale un uomo lontanissimo da Craxi quale Ciampi, con cui qualcuno asserisce condivida l’osservanza massonica, ma nessuno lo ha mai provato, ammesso che poi vada provata come se fosse un delitto. E non lo è. Amato tornerà ministro e poi presidente del Consiglio da esponente dell’Ulivo non amato da Prodi. E poi aderirà al Pd sopportato dalla sua nomenclatura, mentre l’unico, inossidabile suo ammiratore politico rimarrà Silvio Berlusconi. Si racconta che il Cavaliere dicesse: “Certe volte mi guardo allo specchio e mi sento tanto somigliante a Giuliano”. Forse questo avrebbe dettato il suo desiderio che Amato salisse al Colle. Sarebbe stato un poco come se ci salisse anche lui. Ora spinge Amato verso Palazzo Chigi. E sarebbe un po’ come se ci tornasse.  
autore / Pietro Romano
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