Ecco da chi ci siamo salvati (per ora)

22 aprile 2013 ore 12:40, Alfonso Francia
Ecco da chi ci siamo salvati (per ora)
Ha combattuto contro Giorgio Napolitano (e ha perso) nella corsa verso il Colle. Ma le opportune geometrie politiche, in vista del prossimo governo, potrebbero rilanciare le quotazioni di Stefano Rodotà, la cui candidatura al Quirinale ha provocato più di qualche grattacapo al Pd.
La storia politica dell’ex garante della privacy procede a strappi, alternando fulgide apparizioni a improvvisi dissolvimenti. Il suo primo ingresso in Parlamento avviene nel 1979 grazie al Partito Comunista, dove si presenta tra le fila degli indipendenti. E in effetti Rodotà comunista in senso stretto non è di certo, avendo militato nel partito radicale con Mario Pannunzio e avendo rifiutato le successive avances di Marco Pannella che voleva portarlo alla Camera già nel 1976. Dopo la rielezione del 1984 e un terzo mandato nel 1983, i suoi impegni di politico sembrano aver ormai del tutto eclissato quelli di docente universitario. Nel 1989 diventa pure parlamentare europeo (allora le due cariche erano cumulabili), dando inizio a una carriera parallela presso le istituzioni comunitarie. Nello stesso anno Achille Occhetto lo vuole come responsabile della giustizia del suo governo ombra, e alla nascita del Partito dei Democratici di Sinistra viene scelto come primo presidente. Quando nel maggio del 1992 Oscar Luigi Scalfaro è eletto Presidente della Repubblica, Rodotà presiede il Parlamento riunito in seduta comune al posto proprio dello stesso Scalfaro, che aveva ceduto la presidenza della Camera in previsione della sua chiamata al Quirinale. La slavina di Tangentopoli e la rovina di tanti colleghi lo vedrebbero in un’ottima posizione – essendo tra i pochi a non essere raggiunto da alcuna accusa di ruberie – per diventare uno dei protagonisti della nascente Seconda Repubblica. Invece, spiazzando tutti, a poca distanza dalle elezioni politiche del 1994 annuncia che non si ricandiderà e torna alla sua cattedra di diritto civile. La lontananza dal Palazzo durerà solo tre anni: nel 1997 viene chiamato a presiedere la neonata Autorità garante per la protezione dei dati personali, carica raddoppiata l’anno successivo quando va a presiedere il Gruppo di coordinamento dei Garanti per il diritto alla riservatezza dell'Unione Europea. La sua reputazione a Bruxelles è tale da essere chiamato a collaborare alla redazione della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione europea, ruolo che gli spalanca le porte della presidenza della Commissione scientifica dell'Agenzia per i Diritti Fondamentali dell'UE. Non abbandona comunque la battaglia politica nazionale, diventando uno dei più fervidi sostenitori del Referendum sull’acqua pubblica del 2011. Fin qui, esordi radicali a parte, parrebbe di aver di fronte il candidato perfetto del Pd, non certo il campione di un movimento antieuropeista come M5S. A favorire lo strano rovesciamento è un articolo che Rodotà scrive per Repubblica nel giugno dello scorso anno, all’indomani dell’approvazione del disegno di legge per l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. La riforma, votata con maggioranza schiacciante dal Parlamento compresi tutti i rappresentanti del partito di Bersani, viene aspramente criticata da Rodotà, che ne disapprova sia la forma che la sostanza. A suo parere era già stato un errore «procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata». Ma secondo l’ex Garante della Privacy era la riforma in sé a essere pericolosa, in quanto «L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali». Parole che mettono in forte imbarazzo i democratici, accusati in sostanza di essere diventati iperliberisti e incapaci di fronteggiare le sempre più esigenti richieste di Bruxelles, dove pure Rodotà è di casa. Di qui un raffreddamento di rapporti culminato con la scelta dei grillini di candidarlo come prossimo capo dello Stato. Ma pure per il movimento di Casaleggio Rodotà potrebbe rivelarsi un cliente difficile. Europeista convinto, professore e ricercatore nelle università mondiali più prestigiose, comprese Oxford, Stanford e la Sorbona, l’ex radicale ex comunista ex Pds non può certo dirsi un candidato estraneo a quell’establishment che il M5S proclama di voler mandare a quel paese. O forse è solo il segno che pure gli irriducibili grillini hanno voglia di “normalizzarsi”.
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]