Corruzione, Di Pietro: “Ci vuole la galera e un provvedimento urgente caro Renzi"

22 dicembre 2014 ore 13:38, Lucia Bigozzi
Corruzione, Di Pietro: “Ci vuole la galera e un provvedimento urgente caro Renzi'
Renzi a "lezione" di Giustizia. E’ la sollecitazione di Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, nei confronti del premier.  Nella conversazione con Intelligonews l’ex pm di Mani Pulite critica le norme del governo in materia di corruzione. E su Mafia Capitale… Il Parlamento nei mesi scorsi ha approvato una legge in cui si prevede, tra l’altro, la “messa alla prova” con lavori di pubblica utilità per chi ha condanne sotto i 4 anni. Da ex magistrato come valuta la legge e quali effetti potrebbe avere ad esempio sui reati di corruzione? «Io non vorrei buttare il bambino con l’acqua sporca, nel senso che ritengo che anche chi ha sbagliato, ha commesso un reato ed è andato in carcere, debba avere una possibilità di redenzione: lo dice il Vangelo ma lo dice anche il nostro codice quando fa riferimento ad atti di resipiscenza operosa. Ciò premesso, io non ritengo che adesso, proprio alla luce di quello che è stato scoperto a Roma, sia necessario abolire la legge che prevede la possibilità di riabilitare e riabilitarsi da parte di colui che ha sbagliato. Ritengo, invece, necessario e doveroso che le istituzioni abbiano il controllo reale e concreto del percorso di riabilitazione. Quanto accaduto a Roma è la prova non di una persona che è stata tentata a sbagliare ancora, ma di gruppi di persone che non avevano mai smesso. C’era una struttura mentalmente e organicamente criminale, inserita peraltro strutturalmente con la Pubblica Amministrazione. Quindi, laddove controllore e controllato si identificano in un’unica associazione di tipo criminale e mafioso, non ci troviamo di fronte alla mancanza del controllo, ma all’abuso dell’istituto per utilizzare criminali al fine di rendere più fattibili gli obiettivi malavitosi che si sono ottenuti. Dove sta la particolarità?». Risponda lei. «Nel braccio armato della corruzione. Prima, corruttore e corrotto erano alla pari». Sta dicendo che è cambiato il sistema corruttivo? E come? «Da sempre, ogni volta che nasce un virus si sviluppa anche un anti-virus ma al tempo stesso anche forme per resistere alla medicina. Mani Pulite è stato un potente anti-virus che ha individuato la malattia sociale che aveva pervaso la democrazia e lo Stato di diritto. In questi venti anni, si è prodotto una degenerazione del ‘dna’ criminale che ha portato come risultato finale a una ‘ingegnerizzazione’ del sistema corruttivo e dei reati contro la Pubblica amministrazione. ‘Ingegnerizzazione’ vuol dire che da una parte, è stato reso possibile che coloro che volevano coprire i loro comportamenti, potessero avvalersi anche della ‘mano armata’. Da qui l’applicazione del 416 bis che noi di Mani Pulite non abbiamo mai contestato e che invece abbiamo visto contestare nell’inchiesta Mafia Capitale». Secondo lei in questa inchiesta esiste la ‘mafiosità’? «Tutti, quando pensano a un sistema mafioso possono riferirsi allo schema, diciamo classico per cui è indubbio che in questo caso potrebbe restare difficile incasellare dentro un’associazione a delinquere come quella scoperta a Roma anche la caratteristica di mafiosità. Ma la verità è un’altra: la struttura mafiosa è in divenire e progredisce con l’evoluzione del sistema istituzionale e del sistema degli affari nel nostro Paese. La mafia di oggi non è quella di ieri: se il politico vuole fare il politico deve passare sotto quella Forca Caudina; se l’imprenditore vuole fare l’imprenditore deve fare altrettanto ed entrambi se vogliono continuare a lavorare devono destinare una percentuale a chi gestisce i rapporti fra di loro. Tutto questo si chiama mafia». Quindi se fosse stato al posto di Pignatone avrebbe contestato il 416 bis come ha fatto il procuratore capo di Roma nei confronti di alcuni indagati? «Non credo si possa fare diversamente; poi è ovvio che si tratta di verificare le diverse posizioni: chi è la mente, chi è il braccio, chi è stato a guardare. Non tutti hanno lo stesso peso. Erode ammazzava i bambini e Ponzio Pilato stava a guardare». Come si concilia l’obiettivo della norma con il pugno duro annunciato da Renzi contro la corruzione? «L’unica attenuante che si può riconoscere a Renzi è che non capisce nulla di diritto e come tale questo potrebbe essere un attenuante, ma diventa aggravante nel momento in cui ha l’arroganza anche di sparare una soluzione di cui non comprende la portata. A Renzi riconosco solo un nobile ruolo: quello di essere un furbo “venditore di fumo” politicamente parlando, perché nel merito specifico della giustizia, dopo un anno che tutti i giorni va dicendo di intervenire sulla giustizia – ricorda i 10 punti di Orlando? – alla fine se n’è uscito con un disegno di legge che è uno dei diecimila già depositati, io solo nel avevo presentati in Parlamento 150.  I disegni di legge sono acqua fresca, qui ci vuole un provvedimento urgente. Renzi ha fatto decine di decreti legge su tutto, poteva farlo stavolta che serviva veramente… Al di là della forma, la sostanza è che allungare i tempi della prescrizione di un paio di anni è acqua fresca, perché in realtà mancano gli strumenti per fare i processi. Ogni magistrato ha in media sul tavolo 1500 provvedimenti: mancano cancellieri, assistenti, fondi. Due anni in più per la prescrizione non sposta il problema. Faccio un esempio…». Prego. «Renzi continua a dire anche in modo arrogante e senza conoscere la materia della giustizia, che i magistrati devono fare i processi subito. E’ come dire a un chirurgo in sala operatoria di non chiedere nulla e di pensare solo che a fare l’intervento. E se il chirurgo ti dice: mi manca il bisturi, l’assistente, la maschera respiratoria, come fa con le sole mani? Ecco a quel punto gli si risponde: zitto, non parlare e opera». Non rileva un’incongruenza nel momento in cui ci sarà la gara a chiedere la ‘messa in prova’. Il tutto nell’era di Mafia Capitale: non le sembra un paradosso? «Innanzitutto dobbiamo distinguere tempi e tipologia dei reati: posso capire una persona che ha una certa età oppure un diciottenne che ha commesso un reato lieve ed è andato in carcere, è giusto prevedere per lui il percorso riabilitativo, ma qui stiamo parlando della Banda della Magliana, non è che stiamo parlando di fringuellini…». Secondo quanto riporta il Corsera sono già 6052 le domande di messa in prova agli uffici giudiziari. Col risultato magari che chi ha una condanna per corruzione non si fa nemmeno un giorno di carcere. Esattamente il contrario di quanto detto da Renzi. «Io stabilirei la regola che per alcuni reati si deve capire che non conviene farli. Finora la corruzione conveniva perché si prendono i soldi e non si va in galera o se ci si va i soldi stanno già alle Maldive. Il problema di fondo è quello sollevato dal vecchio Di Pietro: ci vuole certezza del diritto e della pena. Che tradotto vuol dire: in galera». In base alla legge si potrà scontare il periodo di messa in prova anche in alcune cooperative poste sotto sequestro perché ricondubili a Buzzi. Come commenta? «Sulla storia delle cooperative ho sempre avuto grosse riserve. E’ vero che il sistema cooperativo è nato e in buona parte si è sviluppato all’insegna del principio dell’unione fa la forza tra persone deboli. Già vent’anni fa, avevo avuto modo di verificare anche in sede giudiziaria del fenomeno cooperativo, nel senso di cooperative non più come realtà di mutuo soccorso tra persone deboli ma di una struttura capitalistica; di più: una struttura che governa il sistema della politica, tant’è che così come tutti gli altri sistemi, anche loro hanno finanziato la politica. Ritengo che il meccanismo cooperativo vada rivisto: la tangente pagata dalla cooperativa è due volte grave perché quei soldi appartengono ai cittadini».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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