Brexit: conviene restare o abbandanare? Valutazioni economiche e politiche

22 giugno 2016 ore 13:41, Luca Lippi
Ormai ci siamo, gli inglesi hanno nella matita il destino di un evento epocale, fra ipotesi, incertezze e valutazioni politiche più disparate, i sudditi di Elisabetta II devono indicare la volontà riguardo la permanenza o l’uscita dall’Unione Europea.
Brexit o Bremain sono le due opzioni ormai divenute una cantilena, ma in linea di massima siamo certi che la decisione nel cuore dei britannici è stata già presa, e allora uscendo dalle dinamiche che tendono ad influenzare la direzione delle decisioni, rimane solamente dipingere lo sfondo di quello che sarà “dopo”.
Ribadiamo che non ci sono precedenti, non sono possibili previsioni che non cadano nel canale della propaganda, tutto potrebbe essere il contrario di tutto.
Quello che ci si può aspettare sono solamente valutazioni ipotetiche e forse (quelle più concrete) politiche.

Brexit: conviene restare o abbandanare? Valutazioni economiche e politiche

Curiosità
Con l’uscita dalla UE del Regno Unito nelle istituzioni europee si parlerebbe come principale lingua ufficiale l’inglese, cioè la lingua di uno Stato che non ne farebbe parte. E non è cosa da poco.
Eventuali scenari col Brexit
I Trattati della Ue cesseranno di essere applicati al Regno Unito solo quando entrerà in vigore l'accordo di uscita oppure entro due anni, a meno che il Consiglio europeo non decida di prolungare i tempi. Londra sarà esclusa dal Consiglio europeo o dagli altri Consigli che prenderanno decisioni sulla sua sorte.
Dal punto di vista economico, sempre “forse”, i sostenitori del Brexit spingeranno per chiudere le relazioni con la Ue e di abolire tutte le tariffe sulle importazioni. Secondo gli economisti britannici sostenitori del Brexit il Pil in questo modo potrebbe crescere fino al 4%. 
Gli economisti della London School of Economics dubitano che la decisione possa avere un impatto così rilevante. L'altra strada, più alla portata, sarebbe invece quella di seguire il modello norvegese, cioè aderire allo Spazio economico europeo (See). Per poterlo fare, però, Oslo ha garantito in cambio alla Ue il rispetto di quasi tutti i regolamenti europei, pur non avendo alcuna voce in capitolo nella loro stesura. Una condizione che difficilmente Londra accetterebbe dopo la bagarre sull'autonomia da Bruxelles. Tra l'altro, per poter aderire all'accordo See, l'Ue potrebbe porre la condizione di lasciare inalterato il principio di libera circolazione delle persone. Se Londra accettasse, finirebbe per contraddire uno dei pilastri della sua campagna per l'addio a Bruxelles.
Abbandonare l’Ue, specie dopo l’affermazione di Jeremy Corbyn che nei giorni scorsi ha ammesso che sarebbe impossibile mettere un tetto all'immigrazione se si restasse nella Ue. sarebbe la più importante conquista di Londra in questo referendum, perché vorrebbe dire riprendere completamente il controllo delle proprie frontiere. Di fatto il Regno Unito, insieme con l'Irlanda, è uno dei Paesi che ha aderito solo parzialmente allo Spazio Schengen e ha perciò mantenuto i controlli alle frontiere. Ma se il Regno Unito scegliesse la Brexit, non necessariamente questo vorrebbe dire riprendere il controllo dei propri confini. La Ue, infatti, come ha già fatto con la Norvegia, potrebbe porre come condizione di eventuali accordi economici, il mantenimento della libera circolazione delle persone.
Dal punto di vista politico, per Cameron non sarà una vita facile, nonostante gli avversari interni Johnson e Gove abbiano detto che, qualunque sia il risultato, Cameron potrà restare in sella (e lui stesso ha confermato che lo farà), il premier sarebbe in grave imbarazzo e avrebbe non poche difficoltà. In molti non lo considerano affidabile per le trattative sui futuri rapporti di Londra con la Ue.
Eventuali scenari col Bremain
Nell’immediato, Cameron sarebbe nella condizione di rivendicare l'accordo chiuso con l'Unione europea lo scorso febbraio dopo un Consiglio europeo lungo due giorni e 40 ore di negoziati ininterrotti. L'intesa prevede che la Ue “farà tutti gli sforzi per rafforzare il mercato interno e ridurre il carico amministrativo e i costi” per le piccole e medie imprese (competitività). Londra potrà tirarsi fuori dal principio di “Unione sempre più stretta” (sovranità), conserverà uno status speciale in tema di governance economica e potrà limitare l'accesso ai benefit previsti dallo Stato sociale.
Dal punto di vista economico Londra manterrebbe lo status speciale sempre concordato da Cameron a febbraio : autonomia per banche, assicurazioni e istituzioni finanziarie della City dal “single rulebook” europeo, cioè dalle regole che accomunano tutti i Paesi aderenti al mercato unico. Il Regno Unito resterebbe, come da sempre, fuori dall'eurozona e terrebbe la sterlina. 
Nella questione riguardante l’immigrazione, scatterebbe uno dei punti principali dell'intesa con Bruxelles, quello del cosiddetto “freno d'emergenza”. Si tratta del principio in base al quale, in situazioni eccezionali, Cameron ha ottenuto che “la libertà di movimento dei lavoratori” possa essere limitata. Riguardo al welfare per gli immigrati, l'accesso al sistema potrà essere concesso gradualmente nell'arco di 4 anni, limitando in questo modo la possibilità di poter ottenere benefit immediati, un'opzione che oggi attira molti lavoratori dal continente.
Dal punto di vista politico, Cameron in ogni caso rischia pur assicurandosi la poltrona, tuttavia una poltrona piuttosto instabile poiché i parlamentari Tory che non hanno gradito la sua campagna elettorale per il Remain potrebbero fargliela pagare cercando di fargli mancare la risicata maggioranza assoluta di cui gode per soli 12 deputati. 
In ultimo c’è una considerazione da fare che nel caso specifico della Gran Bretagna non è proprio un argomento da sottovalutare. Nel settembre 2015 c’è stato un referendum col quale gli scozzesi scelsero nel settembre 2015 se restare parte del Regno Unito. Ora con la possibilità del Brexit si rischia di risvegliare i moti che hanno già animato i gruppi scozzesi nel 2015, e non solo. La volontà di rimanere nella Ue prevale nettamente in Scozia, Irlanda del Nord e Galles, assai meno legati gli inglesi, l'addio a Bruxelles potrebbe risvegliare in alcune aree del Paese il sentimento anti-britannico. 
La Scozia tornerebbe a chiedere un voto sulla secessione e il Regno tornerebbe in crisi sul tema dell’unione. Inoltre, la Repubblica d'Irlanda (indipendente) e l'Irlanda del Nord (sotto la sovranità britannica) sono entrambe parte dell'Ue, tra i due confini non esistono più controlli e la spinta alla riunificazione dell'isola è sopita. Il ripristino di una barriera fisica potrebbe risvegliare l'incubo del nazionalismo repubblicano e il fantasma del terrorismo.
Non ci resta che aspettare giovedì sera per scoprire finalmente cosa può uscire concretamente dalle urne.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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