L’Hacking Team, la sicurezza globale e una strana morte in Corea

22 luglio 2015, intelligo
L’Hacking Team, la sicurezza globale e una strana morte in Corea
di Anna Paratore

Continua a tornare alla ribalta la Hacking Team, società milanese produttrice di un software “molto particolare” se così può essere definito un programma capace di autoinstallarsi in milioni di computer e di spiarli in tutto e per tutto al punto da accendere autonomamente la telecamera e il microfono anche a macchina spenta e in assenza di un operatore alla tastiera. 

Un “Trojan horse” (letteralmente “cavallo di Troia”) come vengono di solito chiamati in gergo questi programmi, considerati da buona parte del mondo malevoli e fuorilegge, ma da altrettanta buona parte del mondo utilizzati più o meno senza scrupolo alcuno. 

In realtà, quello che è accaduto alla Hacking Team, come qualcuno ricorderà, potrebbe essere comico se non coinvolgesse anche la sicurezza del Paese e qualche testa d’uovo di quelle che contano. Sì perché la Hacking Team che come detto produceva e commercializzava con grande successo questo tipo di software per spiare i fatti altrui, è stata hackerata a sua volta, e circa 400 gigabyte di informazioni contenute nei suoi archivi sono state messe online con grave danno per la società in questione ma, soprattutto, per i suoi clienti che, nella maggior parte dei casi, non ci hanno tenuto affatto a far sapere a tutti di utilizzare certi mezzi. 

Massimamente quando si è trattato di governi o di organizzazioni comunque governative perché la Hacking Team era a questo genere di clienti che si rivolgeva. Comunque, gli uomini della Hacking Team si stanno impegnando h24 per chiudere le eventuali falle del codice sorgente, mentre gli stessi servizi di sicurezza italiani si sono affrettati a confermare che la violazione degli archivi della società non ha creato un problema di sicurezza nazionale, riuscendo però solo a confermare l’utilizzo del Trojan. 

Più o meno lo stesso comportamento di qualche dozzina di altri paesi i cui nomi e i contatti con la Hacking Team erano ormai divenuti di dominio pubblico. La questione, tutto sommato, era ormai sotto controllo. Già sparita dalle prime pagine dei giornali, in breve l’opinione pubblica se ne sarebbe completamente dimenticata se non fosse che oggi torna in ballo per la morte di un uomo in un lontano paese. 

Di lui si conosce solo il nome, Lim, e il fatto che faceva parte – non è ben chiaro con che ruolo, ma non doveva essere proprio l’ultima ruota del carro – del NIS, i servizi segreti della Corea del Sud. L’uomo si sarebbe suicidato nella sua auto utilizzando il monossido di carbonio. Auto e cadavere sono stati rinvenuti sabato scorso in una zona isolata vicino Hwasan-ri, in prossimità della città di Yongin, a sud di Seoul. 

In una conferenza stampa tenuta domenica, il capo della polizia di Yongin, Park Ki-young, ha riferito che accanto al corpo senza vita è stato trovato un biglietto d’addio in cui l’uomo chiedeva scusa per le polemiche che la sua morte avrebbe provocato, e per aver – così confessava – “cancellato i dati relativi alla lotta al terrorismo e alla sorveglianza della Corea del Nord”

Dati, rilevati proprio con il software della Hacking Team. Tutto questo è parso una ben strana coincidenza, se così vogliamo dire. Infatti, solo pochi giorni fa, a causa dello scandalo legato alla società milanese, voci governative coreane erano state chiamate a giustificarsi sull’utilizzo del potente trojan italiano che era stato acquistato nel 2012, poco prima delle elezioni politiche che si sarebbero tenute nel paese. Nella circostanza, era stato comunicato che mai e poi mai il software era stato usato per spiare i cittadini sudcoreani, magari monitorando le comunicazioni via “Kakao Talk”, una specie di Whatsapp locale, utilizzato da circa 35milioni di persone, ma esclusivamente per carpire i segreti dei detestati nemici della Corea del Nord, a loro volta colpevoli di violazioni informatiche su dati sensibili della Corea del Sud. 

Non è necessario, a questo punto, essere sofisticati analisti per comprendere che la morte di questo Lim, agente del NIS, suicida e reo confesso della cancellazione dei dati rubati alla Corea del Nord, arriva un po’ tipo il “cacio sui maccheroni” come si direbbe dalle nostre parti. In un colpo solo, infatti, si conferma indirettamente l’uso del software per uno scopo patriottico, e la mancanza di eventuali dati carpiti alla Corea del Nord, tutti cancellati da un dipendente scorretto. Pentito e morto. Soprattutto, morto.
autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]