Don Puglisi, eroe, santo e semplice parroco anti-mafia

22 maggio 2013 ore 9:51, Marta Moriconi
Don Puglisi, eroe, santo e semplice parroco anti-mafia
Don Pino Puglisi
il parroco anti-mafia assassinato da Cosa Nostra nel 1993, già proclamato Servo di Dio, sarà beatificato il 25 maggio a Palermo.
Il parroco del quartiere Brancaccio pagò con la vita il suo impegno rivolto, non tanto a denunciare i mafiosi, quanto a formare le coscienze. Don Puglisi aveva capito perfettamente che la formazione della coscienza era un processo che andava costruito negli individui sin dalla fanciullezza e a tale scopo raccolse intorno a sé tutti i bambini del quartiere, svolgendo apostolato nei vicoli più malfamati e degradati della periferia. I bambini, poi gli adolescenti ed i ragazzi, venivano educati alla socialità, al rispetto reciproco, all'amore e alla solidarietà verso gli altri, al rifiuto della legge del più forte, principi in netta contraddizione con la cultura mafiosa. Cosa Nostra arruolava i ragazzini sbandati di Palermo per farli diventare criminali, don Puglisi con un'intensa opera preventiva, cercava di arrivare prima offrendo ai giovani occasioni e luoghi d’aggregazione e alternative concrete al disagio. La mafia aveva capito perfettamente quanto fosse pericolosa l'attività educativa di don Puglisi, e vedendo che i ragazzi di Brancaccio e le loro famiglie iniziavano a vedere in lui il bene contro il male rappresentato dalle cosche, decisero di eliminarlo. Ci riuscirono, perché don Pino non aveva la scorta e nonostante le minacce ricevute svolgeva la sua missione e lanciava le sue denunce pubbliche alla luce del sole, senza timori o condizionamenti. Elevando don Puglisi agli onori dell'altare, la Chiesa ribadisce con forza il monito di Giovanni Paolo II lanciato nella valle dei templi di Agrigento, quel "convertitevi" urlato contro gli uomini della mafia, ricordando loro che prima o poi sarebbe arrivato l'implacabile giudizio di Dio. Per tanti anni anche le autorità religiose in Sicilia hanno infatti sottovalutato il fenomeno mafioso. Quando a metà degli anni sessanta, l'allora sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede Angelo Dell'Acqua inviò una missiva all'Arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini invitandolo a valutare l'opportunità di un pronunciamento pubblico di condanna nei confronti della mafia, l'illustre porporato rispose risentito che tale pronunciamento non era necessario in quanto la Chiesa, con le sue azioni, dimostrava quotidianamente di essere contro ogni forma di violenza e sopraffazione. Non che Ruffini fosse accondiscendente verso la mafia, al contrario, fu un pastore straordinario, dotato di grande levatura morale e autentico spirito cristiano. Solo che all'epoca si pensava che il fenomeno mafioso fosse eccessivamente sopravvalutato rispetto all’effettiva gravità del problema. La complicità della Chiesa ci fu invece nei livelli locali, con i parroci di paese o di quartiere il più delle volte, non solo conniventi, ma addirittura pienamente integrati nel sistema mafioso. Dal 1982, da quel grido di dolore lanciato nella cattedrale di Palermo il giorno dei funerali del prefetto Dalla Chiesa dall'arcivescovo Salvatore Pappalardo che paragonò il capoluogo siciliano ad una Sagunto espugnata, nella Chiesa si è andata consolidando sempre di più la cultura dell'anti-mafia di cui don Puglisi è stato uno dei principali interpreti. La sua beatificazione è la certificazione di una netta ed incontrovertibile scelta di campo. La santità in Sicilia si guadagna combattendo la mafia, non convivendo con essa. Perché, come ci ha ricordato nei giorni scorsi Papa Francesco, il sacerdote per essere credibile deve saper dare fastidio. I don Abbondio non servono né alla Chiesa, né al mondo.    
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