Prostituzione Termini, Pavlovic: “Per noi rom è peggio solo l'omicidio. A 15 anni sogniamo il matrimonio"

22 maggio 2015, Marco Guerra
Prostituzione Termini, Pavlovic: “Per noi rom è peggio solo l'omicidio. A 15 anni sogniamo il matrimonio'
“Per noi rom solo l’omicidio è peggio della prostituzione. A 15 anni le nostre ragazze pensano a mettere su famiglia”. Così Diana Pavlovic, attrice e attivista politica di etnia rom di origine serba, commenta per IntelligoNews l’indagine sulla prostituzione minorile alla stazione Termini di Roma, che vede coinvolti ragazzini maschi e femmine di etnia rom, dai 13 ai 17 anni, e insospettabili uomini italiani, fra i quali almeno un sacerdote e molti pendolari di passaggio nello scalo ferroviario.

Pavlovic, che idea si è fatta sulla vicenda dei giovanissimi rom che si prostituivano alla stazione Termini di Roma? 

«Io credo che questa vicenda sia frutto di situazioni particolari. Non conosco bene tutti i dettagli della storia, per valutare bisogna vedere bene il contesto in cui vivono e l’etnia di questi ragazzini rom. Dico questo perché all’interno delle comunità rom è veramente raro che dei bambini vengano sfruttati sessualmente. Vede, malgrado altri tipi di problematiche, che non nego vi siano, fra i rom resistono due tabù inviolabili: la prostituzione e l’omicidio. Infatti è rarissimo sentire di nomadi coinvolti in un giro di prostituzione, così come è molto raro che i rom siano autori di omicidi perché c’è la consapevolezza che alla morte non si può mai riparare».

Forse questi ragazzini hanno agito di loro spontanea volontà? Un po’ come facevano, fino agli anni ’70, i ragazzi più poveri delle borgate romane. 

«Non posso escluderlo ma mi suona veramente strano. I rom sono sempre molto vicini ai figli; anche quando si mandano a chiedere l’elemosina c’è sempre un adulto che li accompagna e, a loro volta, i figli spesso accompagnano i genitori nelle loro attività. Per noi la famiglia è indivisibile; infatti non esiste il fenomeno di genitori che emigrano per lavorare lasciando nel Paese di origine il resto del nucleo familiare. Se si decide di emigrare è scontato che si vada con tutta la famiglia. Ecco, come le accennavo, quella dell’elemosina è una questione culturale che riguarda il popolo rom ma assolutamente non la prostituzione, non è culturalmente accettata da nessuna famiglia rom, si rischierebbe l’esclusione».

Allora potrebbero essere stati costretti a prostituirsi da qualcun altro?

«Può darsi, a Milano in passato si verificò uno dei pochissimi casi di prostituzione minorile di rom, ma era un’attività gestita da organizzazioni criminali di rom albanesi, italiani e romeni che minacciavano le famiglie di questi ragazzini e ragazzine. Sono degenerazioni che non posso escludere che avvengano in determinati ambienti fortemente degradati. Per questo vorrei capire da dove provengono questi ragazzi. Vede, laddove ci sono semplici baracche, anziché campi autorizzati, si scopre che sono semplici romeni e non rom».

Alcune notizie non confermate parlano di giovani provenienti dalla zona Pontina. Farebbe pensare al Campo di Castel Romano. Vero?

«In quel campo sono soprattutto di etnia bosniaca, ma non solo. Potrebbe esserci stato un ricatto criminale, ma continuo a dire che nella nostra cultura ci sono veramente poche cose peggiori della prostituzione, non si può nemmeno parlarne. Consideri che il più grande sogno di una ragazzina rom di 15 anni è sposarsi e avere tanti figli; per questo mi ha stupito anche quella video-intervista, diventata virale, con le ragazzine rom che ammettono davanti al giornalista di rubare e di spendere i soldi fumando erba e andando al cinema. La droga è un’altra cosa fortemente osteggiata dalla nostra cultura. Poi, ripeto, in un ambiente degradato in cui si possono insinuare infiltrazioni criminali può succedere di tutto».

In questa vicenda sarebbe coinvolto almeno un sacerdote. È possibile che chi si avvicina al vostro mondo per fare assistenza, in alcuni casi possa avere altre mire?

«Sì ho sentito del prete, è terribile! Anche a Milano ci fu un caso di un sacerdote che aveva adescato un ragazzino rom e di una coppia di genitori condannati per sfruttamento. Ad ogni modo è complicato il rapporto tra chi fa assistenza e la riceve, per non parlare poi dei danni che ha fatto un certo tipo di assistenzialismo nei confronti dei rom... ma questo è un altro discorso. Sempre dalla mia esperienza con la comunità milanese, ricordo che ogni tanto giravano intorno al campo degli anziani del quartiere e in rarissimi casi furono tentati anche degli approcci. Si trattava di insospettabili che approfittavano della situazione di degrado, ma l’unica cosa che succedeva è che venissero cacciati via per tempo dalle famiglie rom presenti nel campo».

Famiglie che però non hanno mai fatto denunciato i fatti?

«Guardi non è facile parlare di queste cose, comunque la sottoscritta denunciò alla polizia una persona che aveva tentato di adescare un bambino ma le autorità competenti non presero provvedimenti perché non poteva essere provato nulla».

Lei comunque è d’accordo che, qualora fosse provata una situazione di sfruttamento da parte delle famiglie, questi minori dovrebbero essere immediatamente tolti ai loro genitori?

«Certo, e non basta affidarli a delle comunità di assistenza ma vanno portati lontano, in un luogo sicuro, perché – ribadisco - il più delle volte il discorso della prostituzione è legato alla criminalità che sfrutta e ricatta. E poi vanno inseriti in un percorso di recupero psicologico, perché si tratta di minori che non hanno conosciuto altro che la violenza; non esistono infatti ragazzi che possono prostituirsi volontariamente».
autore / Marco Guerra
Marco Guerra
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