Piccoli: grande leader o abile doroteo?

22 marzo 2013 ore 10:34, intelligo
Piccoli: grande leader o abile doroteo?
di Americo Mascarucci Flaminio Piccoli è stato un gigante della politica, uscito pressoché indenne dal crollo della prima repubblica. Fino alla fine ha continuato a credere nella Democrazia Cristiana e nella sua capacità di tornare a dominare la scena italiana.  Straordinariamente ed orgogliosamente coerente in un mondo in cui la coerenza non è la dote prediletta dalla politica. Della Dc Piccoli ha sempre incarnato l’anima di destra contraria al compromesso storico e all’abbraccio con il Partito Comunista. Anche dopo la fine della Dc ha continuato a mantenere questa posizione di assoluta fedeltà ad un centro alternativo alla sinistra. Non è stato mai un berlusconiano, non amava il leaderismo personale e detestava i partiti azienda. A differenza di Scalfaro e di Colombo, suoi antichi amici di militanza dorotea, non ha mai gridato al regime o all’emergenza democratica, semplicemente perché, il berlusconismo,  nasceva e si sviluppava grazie al consenso degli italiani. Non gli piaceva il centro sinistra di Prodi perché gli ricordava quel compromesso storico che tanto aveva osteggiato. Un compromesso per altro reso maggiormente indigeribile dalla totale subalternità dei cattolici agli ex comunisti. Nelle intenzioni di Aldo Moro, il compromesso storico in versione 1978, doveva concretizzarsi con una Dc egemone, non certo subalterna al Pci. Dopo essersi opposto a quel tipo di compromesso, come avrebbe potuto accettare la sua riedizione vent’anni dopo con una Dc in mille pezzi ed una sinistra rimasta invece orgogliosamente ancorata al passato comunista? Piccoli partecipò alla resistenza e per tutta la vita fu un irreprensibile antifascista, ma non disapprovò mai la collaborazione politica e di governo fra gli ex Dc e la destra post missina rigenerata nelle acque di Fiuggi. Nel 1980 da segretario politico della Dc aprì alla collaborazione con il mondo dell’associazionismo cattolico con l’obiettivo di rinnovare profondamente il partito, non tanto a livello generazionale, quanto nel segno di un’attualizzazione dei valori e di un aggiornamento del suo patrimonio ideale e programmatico. Cercò così anche di arginare il cattocomunismo che proprio in quegli anni grazie a personalità come Ernesto Balducci e David Maria Turoldo si stava sviluppando attraverso innesti cattolici nel Pci. La stessa operazione di apertura all’associazionismo cattolico intrapresa da Piccoli, seppur in contesti politici e con aspetti diversi, è stata adottata alle ultime elezioni da Mario Monti con l’inclusione nel suo progetto politico del cosiddetto “mondo di Todi”. Ma Piccoli fu anche e soprattutto un doroteo e del doroteo aveva i pregi ed i difetti. Soprattutto non gli mancò l’abilità di smarcarsi da un Rumor in crisi di leadership e di consensi per favorirne la parabola discendente e occupare lo spazio lasciato libero dal “pio Mariano”. E come tutti i dorotei non era certo privo di opportunismo politico. La sua figura, oggi, a tredici anni dalla scomparsa, può essere considerata ancora attuale nella ricerca di quel moderatismo politico tanto invocato nel paese e che Piccoli, con il suo centrismo anticomunista ha rappresentato meglio di tutti? E soprattutto, fu un indiscusso leader politico o solo un abile doroteo?   Americo Mascarucci
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