Caso Marò, Boniver (Pdl): «I limiti di un governo tecnico»

22 marzo 2013 ore 18:14, Francesca Siciliano
Caso Marò, Boniver (Pdl): «I limiti di un governo tecnico»
Margherita Boniver, ex sottosegretario del ministero degli Esteri, intervistata da IntelligoNews commenta inferocita il caso dei Marò, da poche ore già in India. Erano tornati a casa per votare, Latorre e Girone, per una sorta di “libera uscita”. Ma l' 11 marzo scorso il governo italiano aveva deciso di trattenerli, di non farli ripartire per New Dehli. Figuraccia internazionale? «Non possiamo negarlo», sostiene la Boniver, convinta dell'innocenza dei nostri fucilieri e per questo decisa ad andare avanti chiedendo una forte azione di governo. «Abbiamo fatto una figura incomprensibile e umiliante. Come italiani non lo meritiamo». Ma non si scaglia contro l'esecutivo: «Invocare le dimissioni di Terzi ora è meschino».   A cosa possiamo imputare la retromarcia del governo di ieri sul caso Marò? «Non penso sia un capriccio. Evidentemente sono state fatte delle valutazioni giuridiche più approfondite, sia dal punto di vista indiano, sia sotto il profilo internazionale. Tuttavia il repentino cambio di rotta (rispetto alla decisione dello scorso 11 marzo, ndr) è stato alquanto sconcertante. Credo sia mancata una visione politica: non è sufficiente essere tecnici per evitare un finale di partita così umiliante». Può esserci qualcosa dietro questa decisione? Un monito dell'Ue, interessi commerciali... «Può esserci di tutto. Ma è nostro dovere concentrarci sul caso inaudito che vede il nostro personale militare in divisa processato fuori dai confini nazionali. Questo non succede quando gli incidenti coinvolgono i Marines ad esempio: nella Costituzione americana, infatti, è scritto esplicitamente che il personale in divisa può essere sottoposto a giudizio solo in patria. In Italia non è così». Si sarebbe potuto agire diversamente fin dall'inizio? «Col senno del poi è facile parlare. Ma se vi fosse stato, fin dalle primissime battute, un'intervento prettamente politico, ora non ci ritroveremmo in questo cul-de-sac». Cosa spinse il governo l'11 marzo a trattenerli in Italia? «Non ho informazioni riservate a riguardo. Ma probabilmente vennero fatte delle valutazioni di questo tipo da parte dei consiglieri giuridici dei ministri che si sono occupati della vicenda (Severino, Di Paola, Terzi). Pensavano forse che ci fosse uno spiraglio per aprire la strada verso un arbitrato, magari di fronte al Tribunale internazionale dell'Aia. Tuttavia credo che lo stesso Monti avrebbe dovuto interagire in prima persona con il suo omologo, Manmohan Singh». E cosa risponde a chi invoca le dimissioni del Ministro Terzi? «Mi sembra comunque ingiusto. Ingiusto e meschino. Credo che i ministri italiani coinvolti nella vicenda abbiano fatto tutto il possibile ma il quadro in cui si sono trovati ad agire era complicatissimo». Dove sta sbagliando l'India? «Nel muro di ostilità che ci ha riservato. L'India continua a pretendere di voler giudicare i nostri Marò nel loro territorio. È arrivata a compiere un atto senza precedenti nella storia della diplomazia minacciando di trattenere il nostro ambasciatore Mancini, tenendolo in ostaggio praticamente. Neanche all'epoca di Gengis Khan si comportavano così. L'India oggi è una importante democrazia, è garantista dal punto di vista giuridico. Ma nel suo ordinamento mantiene la pena di morte». A questo proposito, possiamo fidarci delle garanzie offerte da New Dehli che sostiene che non sottoporrà i Marò alla pena capitale? «Certamente. Immagino ci siano dei documenti che facciano testo, che fungano da garanzia. Il vero problema è un altro: il fatto che i nostri fucilieri siano tornati in India ci fa ritornare al punto di partenza, alla casella zero». Il futuro governo come dovrebbe agire? «Dovrebbe fare di tutto per riportarli davanti a un giudice italiano. Con un giudizio espresso in territorio italiano. Anche perché gli indiani hanno dimostrato, in oltre un anno, di non essere in grado di mettere in piedi un tribunale speciale che si occupasse della vicenda. Capisco che la questione è molto più complicata del previsto: è un caso intricato, è la prima volta che ci si trova davanti a una vicenda di questo tipo, ci sono una moltitudine di cavilli giuridici anche perché il personale in divisa agiva nell'ambito di trattati internazionali contro la pirateria. Non scordiamoci che i nostri Marò svolgono un ruolo difficile e ammirevole allo stesso tempo. Qualche giorno fa c'è stato un episodio analogo, per fortuna senza vittime: i nostri fucilieri hanno sventato un attacco pirata nel Golfo di Aden». Però nel caso della Enrica Lexie ci sono stati dei morti, i due pescatori indiani... «Sì, non bisogna scordarsi neppure di questo. Però dobbiamo insistere affinché l'assassinio da parte dei nostri fucilieri venga certificato, cosa che a mio avviso è poco probabile. E ripeto: vanno giudicati in territorio italiano da una giurisdizione italiana». I fatti degli ultimi giorni potranno accelerare la conclusione della vicenda dal punto di vista indiano? «Oggettivamente non credo. Da come si sono messe le cose credo che i tempi siano lunghi. Per il momento aspettiamo che il governo riferisca alle Camere, in programma il prossimo martedì. E noi non dobbiamo desistere, neanche per un solo istante, sostenendo le nostre sacrosante ragioni: giurisdizione nazionale per i nostri militari in missione di pace. Siamo in un girone infernale, senza sapere quando arriverà la svolta che porti o a un arbitrato internazionale o al riconoscimento da parte di un tribunale speciale indiano del fatto che l'incidente sia avvenuto in acque internazionali». L'opinione pubblica è divisa: figuraccia internazionale o rispetto dei patti? «La figuraccia è sotto gli occhi di tutti, è impossibile nasconderla anche se la questione è molto complessa. Per il momento cosa fatta, capo ha: non può finire così».      
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