Le parole della settimana: selfie e baby-squillo

22 marzo 2014 ore 11:29, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: selfie e baby-squillo
Selfie, paroletta della settimana. Il Corriere della Sera in una delle sue edizioni on line titola: “Studente si fa un “selfie” su una statua e la spacca”. Ma cos’è un selfie? Partiamo da self che in inglese è un prefisso col significato “da sé”: self-made man, uomo che si è fatto da sé.
Noi abbiamo, altrettanto sintetico ma di più classiche origini, auto, che deriva dall’antico greco autòs. Venendo a selfie, è una voce gergale derivante appunto da self, che gli Oxford Dictionaries definiscono così: “autoritratto fotografico, solitamente eseguito con uno smartphone o una webcam e poi caricato su un sito di social media”. A parte la destinazione finale, in sostanza si tratta di un autoscatto. Però detto in inglese fa apparire meno devastante la cretineria di chi l’ha eseguito, cioè di quello studente che, in un corridoio dell’Accademia di Brera, si è seduto in braccio alla copia in gesso, risalente ai primi dell’Ottocento, del “Satiro Barberini”, scultura di epoca ellenistica che rappresenta un satiro nudo, ubriaco, seduto, anzi riverso all’indietro a gambe divaricate, in posizione di grande naturalezza per un ubriaco, con genitali in bella evidenza. Che geniale, l’idea del selfie in braccio al satiro! Il quale satiro, poveretto, come premio della sua tollerante ospitalità si è trovato una gamba spaccata e divelta. Ardua la ricerca del colpevole perché le immagini delle telecamere di sorveglianza “per ragioni tecniche” non possono essere utilizzate il che potrebbe anche voler dire che le telecamere non funzionano. Il direttore dell’Accademia minimizza: “La scultura era da restaurare”. Siamo tranquilli. Certo, l’inglese si dimostra sempre più indispensabile perché noi italiani ci possiamo capire. Prendiamo un titolo del supplemento motori del Sole 24 ore: “I car maker rilanciano sull’offerta business”. Traduzione, nel sottotitolo: “Si rafforza l’impegno della Case automobilistiche sul segmento flotte aziendali”. Anche qui si gioca sull’espressione gergale, ma c’è qualcosa di rasserenante nel ritmo piano dell’italiano rispetto al sincopato dell’inglese. Il quale inglese lascia vedere le tracce della sua impronta in un altro termine dell’attualità settimanale: baby-squillo, indeclinabile: la baby-squillo, le baby-squillo. La derivazione è dal termine americano call-girl, risalente agli anni Cinquanta, cioè “ragazza da chiamata telefonica”, divenuto ragazza squillo, qui baby in quanto minorenne. E il ricorso alla componente inglese baby toglie drammaticità al termine rispetto a minorenne squillo o minorenne prostituta, lo ingentilisce. Lo stesso che in baby-gang, baby-killer eccetera. Magia tranquillizzante dell’anglo-eufemismo.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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