Tommaso Moro e i finti liberali. Scopri l'inganno

22 ottobre 2013 ore 9:43, Americo Mascarucci
Tommaso Moro e i finti liberali. Scopri l'inganno
“Se la politica non perde la sua ragione d’essere, che non deve essere mai l’acquisizione del potere, ma servire il bene comune, mettersi a disposizione della propria comunità per valorizzare la libertà e la responsabilità delle singole persone, allora diventa piena corresponsabilità.
E in quanto tale ha bisogno di rapporti umani che aiutino a vincere questa sfida. E allo stesso tempo ha bisogno di interloquire, di riconoscere le diversità e l’alterità. L’altro cessa di essere il nemico e diventa un avversario, colui che ha una storia diversa dalla tua ma che condivide il medesimo scopo di attenzione alla collettività”. A pronunciare queste parole, circa un anno fa, fu l’attuale ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi presentando la mostra su san Tommaso Moro organizzata dall’Associazione da lui presieduta in occasione dell’Anno della Fede. Il ministro Lupi è reduce da un pellegrinaggio a Londra sui luoghi di san Tommaso Moro cui hanno partecipato diversi parlamentari cattolici di vari partiti. Il filosofo e statista inglese, che Giovanni Paolo II ha voluto patrono dei politici, agli occhi del ministro ciellino rappresenterebbe dunque il più fulgido esempio di moderatismo politico, il classico cattolico liberale che crede nel dialogo e nel confronto delle diversità. Una sorta di “profeta delle larghe intese” ante litteram. I cattolici impegnati in politica dunque dovrebbero uniformarsi, secondo il Lupi pensiero, al santo inglese riaffermando il “primato della coscienza” rispetto al potere per conseguire in questo modo il bene comune. Moro infatti rassegnò le dimissioni da cancelliere del re Enrico VIII d’Inghilterra e finì al patibolo per essersi rifiutato di riconoscere l’autorità spirituale del sovrano sulla Chiesa, autorità spettante unicamente al romano pontefice quale successore dell’apostolo Pietro. Moro aveva sino a quel momento servito fedelmente Enrico VIII ed era da questi stimato, ma la sua coscienza di cattolico gli impedì di seguirlo sulla strada dello scisma. Per questo è stato canonizzato prima dalla Chiesa cattolica e successivamente anche da quella anglicana. Ma Tommaso Moro fu tutto tranne che un moderato, un liberale, un uomo aperto al dialogo e al confronto con gli avversari.  Il suo predecessore, cardinale Thomas Wolsey, si era mostrato piuttosto tollerante nei confronti del protestantesimo limitandosi ad ammonire o allontanare dal regno i predicatori più pericolosi. Moro no. Appena nominato cancelliere del re scatenò una dura repressione contro i luterani. Ordinò il sequestro e la distruzione di tutti i testi di stampo riformatore, fece arrestare i sacerdoti, i teologi, gli intellettuali sospettati di simpatie luterane. Con furore da santa inquisizione, obbligò molti di questi all’abiura, anche con il ricorso alla tortura, facendo accendere i roghi per tutti quelli che restarono coerenti con le loro posizioni. In particolare Moro contrastò le dottrine protestanti laddove negavano al clero la competenza esclusiva nella remissione dei peccati e disconoscevano la supremazia della legge canonica sulla legge civile.  Fu un cattolico intransigente che agì in perfetta buona fede convinto che fosse suo dovere salvaguardare l’integrità della religione da qualsiasi contaminazione eretica. Fu l’esatto contrario di un liberale e con gli avversari, in questo caso i luterani, non cercò mai il confronto ed il dialogo ma applicò la repressione più dura, sostenuto in questo dallo stesso Enrico VIII che considerava pericolose le dottrine protestanti. Così, dopo San Francesco ridotto a santino no global e pacifista da chi non ha forse mai letto la vita e le opere del patrono d’Italia, ci ritroviamo con san Tommaso Moro nelle improbabili vesti di cattolico liberale. Poco importa se poi il suo modello di Stato fosse più simile ad una teocrazia che ad una democrazia compiuta. La tolleranza religiosa e la pacifica convivenza sono presenti in Moro soltanto nell’isola immaginifica che è al centro della sua opera più importante. Che, guarda caso, si chiama “Utopia”.
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