INCHIESTA. Ecco cosa c'è dietro i francescani della (macchiata) Immacolata Concezione

22 settembre 2014, Americo Mascarucci
INCHIESTA. Ecco cosa c'è dietro i francescani della (macchiata) Immacolata Concezione
Qualcuno è arrivato a parlare di “inquisizione al tempo di Bergoglio”, espressione forse troppo forte, magari eccessiva, ma davvero fuori luogo? Andando ad esaminare la vicenda che sta riguardando i Francescani dell’Immacolata, istituto religioso maschile di diritto pontificio riconosciuto dalla Chiesa Cattolica nel 1990, qualche legittimo sospetto non può che nascere. Ma come in tutte le storie, è forse il caso che l’idea se la faccia direttamente il lettore, basandosi sui fatti. 
Chi sono i Francescani dell’Immacolata? Il fondatore della congregazione si chiama Stefano Maria Manelli, un frate francescano appartenente all’ordine dei frati minori conventuali, figlio dei coniugi Manelli, famosi per essere stati i più fedeli e devoti collaboratori di San Pio da Pietrelcina. Sul finire degli anni sessanta del novecento padre Manelli, approfondendo lo studio delle fonti francescane e soprattutto gli scritti di Massimiliano Kolbe, il francescano polacco morto nel campo di concentramento di Auschwitz, chiese ai propri superiori di poter dare inizio ad una nuova esperienza comunitaria all’interno della famiglia francescana; un’esperienza che si richiamava alle origini del francescanesimo, attraverso una vita di assoluta povertà, penitenza e apostolato attivo. Erano gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, anni in cui la Chiesa era fermentata da movimenti religiosi e laicali che propugnavano una riscoperta del Vangelo, anche e soprattutto attraverso un impegno più diretto nell’apostolato. I superiori decisero di soddisfare il desiderio di padre Stefano che poté così avviare la nuova esperienza. Ai voti di povertà, obbedienza e carità propri dei francescani, Manelli volle aggiungere un quarto voto, il voto mariano di assoluta fedeltà e devozione all’Immacolata Concezione (da qui il nome di Francescani dell’Immacolata). Ben presto intorno a Manelli si riunirono tanti altri frati e giovani sacerdoti e seminaristi, desiderosi di tornare alle origini del francescanesimo, fatto questo che comportò l’esigenza di stabilizzare la nuova comunità. Venne quindi aperta una nuova casa madre a Frigento (Avellino), attigua al santuario della Beata Vergine del Buon Consiglio. La casa madre è composta da una piccola chiesa ed un povero convento con poche celle e ambienti molto ristretti. In seguito a Frigento, viste le continue fioriture vocazionali, vengono istituiti prima il noviziato nel 1971, e poi cinque anni dopo lo studentato. Nel 1982 nasce il ramo femminile, le Suore Francescane dell’Immacolata. Nel 1990 la Chiesa, per espressa volontà di Giovanni Paolo II, riconosce ufficialmente la congregazione dei Francescani dell’Immacolata che in breve tempo ordina numerosi sacerdoti, registrando una continua e costante richiesta di vocazioni.  I PRIMI DISSIDI INTERNI ALLA CONGREGRAZIONE Nel 2007 papa Benedetto XVI emana il motu proprio Summorum Pontificum con cui viene liberalizzato il rito tridentino. Diversamente dal passato, non sarà più obbligatorio ricevere l’autorizzazione del vescovo diocesano per poter ottenere la celebrazione in lingua latina secondo il messale di San Pio V. Basterà che un gruppo di fedeli avanzi esplicita richiesta al parroco e quest’ultimo sarà tenuto a soddisfare la richiesta. Con questo gesto Benedetto XVI punta a ridurre le distanze con la Fraternità San Pio X fondata dal vescovo scismatico francese Marcel Lefebvre, grande contestatore del Concilio Vaticano II ed impedire che, fedeli cattolici di stampo tradizionalista, possano essere tentati di lasciare la Chiesa per abbracciare la comunità di Econe. Non tutti dentro la Chiesa accolgono favorevolmente il motu proprio, ad iniziare dai progressisti, che temono un passo indietro rispetto alle innovazioni introdotte dal Concilio. Padre Manelli ed i Francescani dell’Immacolata invece sono entusiasti della decisione papale e si attivano immediatamente per dare pieno corso al motu proprio, promuovendo l’uso dell’antico messale nelle loro celebrazioni liturgiche. In breve tempo nella comunità il rito tridentino sembra prendere il sopravvento rispetto alla liturgia conciliare e la congregazione diventa quasi l’interlocutore privilegiato dei cattolici tradizionalisti desiderosi di riscoprire l’antica messa. Già agli inizi del 2012 cominciano ad arrivare in Vaticano, sul tavolo della Congregazione degli Istituti di Vita Consacrata, i primi esposti di alcuni “frati dissidenti” che denunciano le derive lefebvriane dell’ordine. Al timone della Chiesa c’è però ancora Benedetto XVI che nutre grande stima di padre Manelli e guarda con grande simpatia ai Francescani dell’Immacolata, soprattutto perché quest’ordine religioso, a differenza di tanti altri, vede crescere, e non diminuire, il numero delle vocazioni.  LA SVOLTA ANTI-MANNELLI I problemi arrivano con l’elezione di Papa Francesco. A guidare la Congregazione degli Istituti di Vita Consacrata c’è il cardinale brasiliano Braz de Aviz, di tendenze spiccatamente progressiste con trascorsi nella Teologia della Liberazione. Il prefetto, che sembra avere carta bianca da parte di Bergoglio, dopo aver disposto un’ispezione apostolica presso la congregazione, ne decreta il commissariamento nel luglio del 2013. Padre Manelli viene rimosso dall’incarico di ministro generale e al suo posto, in veste di commissario apostolico, viene insediato il cappuccino padre Fidenzio Volpi. Il commissariamento viene disposto sulla base di pesanti accuse nei confronti di padre Stefano sia sul piano spirituale che su quello materiale e gestionale. Padre Manelli è accusato in particolare di aver “fatto deviare i frati dal loro carisma spirituale iniziale”. Padre Volpi come primo atto, impone ai sacerdoti di non celebrare più le messe secondo il rito tridentino se non dietro sua esplicita autorizzazione e di uniformarsi unicamente alla liturgia conciliare. In poche parole viene fatto divieto ai Francescani dell’Immacolata di seguire le direttive del motu proprio di Benedetto XVI. Eppure sono molte le chiese in Italia che celebrano regolarmente la messa in latino, a Roma alcune addirittura riservano un’ora particolare della domenica alla liturgia antica. Già prima dell’emanazione del motu proprio di Ratzinger erano diversi i vescovi che nelle loro diocesi favorivano i desideri dei fedeli tradizionalisti promuovendo l’uso del messale antico, e non si trattava affatto di vescovi vicini a Lefebvre; a meno che non si voglia considerare lefebvriano il compianto patriarca di Venezia Marco Cè. Perché dunque il ricorso frequente al rito tridentino da parte dei Frati Francescani dell’Immacolata diventa un atto d’accusa contro di loro? Perché ciò che viene tollerato altrove, nella congregazione di padre Manelli invece viene tassativamente proibito? Padre Manelli, oltre ad essere destituito dalla guida dell’Ordine insieme a tutti i suoi più stretti collaboratori, puntualmente sostituiti dai dissidenti, è stato pressoché isolato e allontanato dalla congregazione; i tanti suoi devoti figli accusano addirittura il commissario di averlo letteralmente “recluso” sotto stretta osservazione e con il tassativo divieto di comunicare con i suoi confratelli e con i parenti più stretti. Chiunque si avvicini a lui, secondo le disposizioni imposte da padre Volpi e approvate da Braz de Aviz, incorrerebbe addirittura in un grave peccato. Insomma, a sentire i sostenitori, padre Manelli sarebbe trattato peggio di un criminale. Ma le cose stanno davvero cosi? (Continua)
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