Banche centrali, Fed sola come Draghi?

22 settembre 2015, intelligo
Banche centrali, Fed sola come Draghi?
di Alessandro Corneli 

Ci preoccupiamo delle incertezze di Barack Obama su come affrontare l’Isis, la guerra civile in Siria o in Ucraina? Dovremmo piuttosto preoccuparci delle incertezze di Janet Yellen, presidente della Fed, che il 17 settembre ha deciso di non decidere e ha certificato che la Banca centrale americana, che di fatto governa il sistema monetario internazionale, prende le sue decisioni sui dati congiunturali, procede a vista e s’ispira al principio della libertà d’incertezza.  

Principio, questo, aborrito da chi dovrebbe decidere investimenti sul lungo periodo, quelli che creano occupazione qualificata e produzione innovativa, ma bene accolto dagli speculatori finanziari, che operano sul breve e brevissimo termine perché, “a lungo termine, saremo tutti morti”.

E pensare che il giorno dopo, 18 settembre, a Milano, ospite di Edison Open 4Expo, l’economista Paul Allan David, accreditato come possibile Premio Nobel, docente di storia dei processi economici alle università di Stanford (California), Oxford (Gran Bretagna) e Maastricht (Olanda), nonché membro della cerchia di amici della stessa Yellen, ha detto che la presidente della Fed è consapevole “del ruolo dei banchieri centrali per la stabilizzazione globale della politica monetaria”. 

Ma stabilizzazione non fa rima con indecisione o incertezza né con la missione, richiesta da Allan, di “finanziare sistemi più sostenibili che riducano le emissioni di CO2” in quanto “è in gioco il benessere materiale delle generazioni future”. Invece, sul Sole 24Ore del 19 settembre, Walter Riolfi ha scritto che “le banche centrali non hanno più strumenti per guidare le rispettive autonomie… la politica monetaria ha perso efficacia (e) le banche centrali hanno smarrito la loro credibilità”.

Una cosa è certa: l’enorme dose di liquidità che la Fed, la Bce e le banche centrali del Regno Unito, del Giappone e della Cina hanno immesso nei rispettivi sistemi economici, acquistando titoli pubblici – complessivamente circa 15 mila miliardi di dollari – hanno salvato l’economia finanziaria ma non hanno ridato salute e vigore all’economia reale. Inoltre hanno messo in crisi i Brics, cioè i paesi emergenti che sembravano potersi affiancare a quelli già sviluppati per diffondere la crescita economica a livello globale. 

Il meccanismo che è stato escogitato, cioè il QE (Quantitative Easing), è semplice: le banche centrali acquistano i titoli pubblici emessi dai governi per finanziare principalmente la spesa pubblica (e mantenere così una certa pace sociale e consenso politico: Italia docet). Attualmente esse detengono il 40% di un debito mondiale che, espresso in dollari, marcia rapidamente verso la cifra di 60 mila miliardi di dollari. Da sole, quindi, le banche centrali manovrano il 25% di questa enorme massa finanziaria, cui si aggiunge la quota crescente di titoli pubblici che sono in mano alle banche ordinarie, alle assicurazioni e ai fondi pensione, cioè i principali attori che operano sui mercati finanziari. 

La conseguenza è che le banche centrali sono in grado di condizionare, e in effetti condizionano, i mercati finanziari attraverso il meccanismo del QE e il tasso d’interesse, che altro non è che il prezzo del debito. Si comprende, quindi, come tutti auspicassero che questo castello finanziario non venisse scosso da un eventuale aumento del costo del denaro deciso dalla Fed. 

Eppure questo meccanismo salva-banche (e salva-governi poiché possono continuare a indebitarsi a costi ridotti) produce conseguenze perverse: 

1. Considerato il volume dei titoli pubblici che hanno in pancia, e benché rendano poco, per le banche sono comunque una considerevole e soprattutto sicura fonte di profitti.

2. Poiché il denaro costa poco, le banche non possono cederlo ad alti tassi d’interesse, ma lo cedono in quantità rilevanti a chi intende utilizzarlo per scopi speculativi, cioè puntando su profitti elevati in tempi brevi, ma ad alto rischio (da ciò l’altalena delle Borse);

3. In questo clima di incertezza, le imprese sono prudenti e non cercano di finanziare investimenti innovativi e a lunga scadenza, con il risultato che solo una piccola parte di questa grande liquidità potenziale arriva all’economia reale, quella che produce beni reali e crea posti di lavoro.

4. La bassa inflazione impedisce alti profitti ma salvaguarda i creditori e tiene sotto pressione i debitori.

L’effetto cumulativo della scelta del QE, cui si è convertita anche la Bce, è che non vi sono dati che confermino una ripresa economica sicura. Detto in altre parole, dalla crisi iniziata tra il 2007 e il 2008 nessuno è veramente uscito in modo definitivo, nemmeno gli Stati Uniti. Inoltre, il dominio finanziario imperniato sulle banche centrali ha finito per mettere in crisi anche i Brics. Inutile, quindi, nascondersi dietro il dito della riduzione del tasso di crescita della Cina. Il circuito finanziario governi-banche centrali, imperniato sulla massa crescente del debito pubblico, chiudendosi su se stesso, non è in grado di influenzare l’economia reale, cioè di innescare la ripresa. Il circuito è non solo chiuso, è anche pericoloso. 

Nel breve termine, continuano a guadagnarci i possessori di bond e di azioni, ma l’affidabilità dei bond dipende dalla credibilità della politica dei governi mentre i valori dei titoli azionari sono ormai lontani dal valore reale delle imprese. In ostaggio, sono i risparmiatori di tutto il mondo che si trovano sopra una sottile lastra di ghiaccio. 

La Fed si è comportata come lo struzzo: ha messo la testa sotto la sabbia. Ha commentato Franco Bruni (La Stampa, 18 settembre), “Questa non è una banca centrale indipendente: è un’istituzione che non è in grado di prendere impegni… subisce pressioni dagli esportatori americani che preferiscono il dollaro debole, dagli operatori finanziari che non disprezzano i prezzi di borsa rigonfi, e dai politici che vogliono finanziarsi a buon mercato e regalare credito facile a tutti”. 

Conclusione: “Quando una banca centrale decide in modo opaco e perde credibilità, la sua efficacia nell’influenzare l’economia diminuisce”.  Quanto tempo passerà prima che queste critiche rivolte alla Fed verranno rivolte anche alla Bce?


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