Giornata mondiale dell'Alzheimer, esperta Menichetti: “Il malato non è un bambino”

22 settembre 2015, Marco Guerra
Giornata mondiale dell'Alzheimer, esperta Menichetti: “Il malato non è un bambino”
Oggi viene celebrata la giornata mondiale della lotta all’Alzheimer, una malattia che attualmente colpisce circa 26 milioni di persone in tutto il mondo e più di 600mila in Italia. Le persone affette da una forma di demenza nel mondo sono 46,8 milioni. Cifra destinata a raddoppiare ogni venti anni arrivando a 131,5 milioni nel 2050 (Rapporto mondiale Alzheimer). Per saperne di più IntelligoNews ha intervistato, Emanuela Menichetti, psicologa e psicoterapeuta che insieme alla Fondazione Isal ha ideato e realizzato il progetto per il Ministero della Salute “Umanizzazione delle cure dell'anziano in ambito ospedaliero”. 

La malattia di Alzheimer è l’inevitabile conseguenza dell’invecchiamento?

«No. La malattia di Alzheimer è una patologia a se stante con caratteristiche specifiche e facilmente diagnosticabili. La demenza di Alzheimer è una malattia degenerativa che colpisce le cellule cerebrali provocando la progressiva perdita delle funzioni cognitive a partire dalla memoria e questo deterioramento coinvolge in modo significativo purtroppo la vita quotidiana e di relazione della persona e della sua famiglia».

Chi si accorge per primo di tali disturbi?

«Spesso sono i familiari i primi a rendersi conto di “comportamenti strani, anomali”. La persona affetta da demenza, purtroppo, inizia a manifestare sintomi che non considera importanti e troppo spesso sia lui che la famiglia li trascurano non dando loro il peso necessario. Per fare un esempio, il malato inizia a non ricordare più parole semplici ed avere la sensazione di averle sempre sulla punta della lingua, oppure dimenticare di aver preparato un pasto o iniziare a vestirsi con il cappotto in estate o cosa frequente mette degli oggetti nel posto sbagliato…il maglione nel congelatore!».

La parola Alzheimer spaventa?

«Molto spesso nei colloqui si incrociano grandi occhi smarriti e preoccupati, gli occhi del marito e della moglie, gli occhi dei figli che arrivano con la paura nel volto e nel cuore per una malattia che porta con sé il dolore per la perdita anche del semplice piacere di una “chiacchierata” con l’altro, e la consapevolezza del veder sfumare con i giorni i ricordi di una vita. Non posso dimenticare la tristezza di un marito che non comprendeva come mai la moglie non si ricordasse più di portargli il caffè e come mai si trascurasse un po’ nell’abbigliamento…lui che l’aveva sempre vista come la sua “regina”. Non è facile per un coniuge o per un figlio non essere riconosciuto e personalmente ho accompagnato in questo lungo percorso tante famiglie… quanta sofferenza ma anche quanta bellezza in chi ha scelto di abbracciare questo cammino con consapevolezza. Consapevolezza dell’importanza della persona di cui ci si deve prendere cura e del bisogno di dover essere aiutati e sostenuti. Il familiare non deve essere lasciato solo ed è necessario che lui stesso si accorga di tale necessità».

Cosa fare allora?

«Rivolgersi a degli esperti come il MMG, il geriatra, il neurologo, lo psicologo o i Centri Alzheimer ed effettuare una valutazione neuropsicologica»

E con il malato quale atteggiamento adottare?

«Mantenere un atteggiamento positivo e rassicurante, tentare di distrarre la persona per evitare l’eccessiva ripetitività, non considerare i suoi comportamenti come rivolti contro di noi, evitare di sottolineare gli errori, cercare di rispondere senza insofferenza alle domande poste, ricordando che realmente la persona non ricorda di aver già posto la domanda, ma cosa importantissima non considerare l’anziano come un bambino. Troppo spesso sento questa affermazione che reputo inesatta e ingiusta. Inesatta e ingiusta per chi abbiamo davanti. L’anziano non è un bambino, ha rughe profonde e mani spesso sottili che sottolineano una lunga strada e storia fatta di ricordi ora sfumati ma che prima erano avvenimenti e realtà concrete. Bisogna tenere presente questo; bisogna ricordarsi che una carezza di un familiare e una voce anche se apparentemente non riconosciuta portano con sé il potere di un legame forte costruito durante la vita. Ero alle prime armi quando una suora che mi diceva non ricordare più nulla, scoppiò in un pianto di gioia quando le feci sentire Exultate Jubilate di Mozart e mi disse che tutti nella sua famiglia erano musicisti! Ecco questo mi allargò lo sguardo!».

Quali altre funzioni sono coinvolte?

«Il linguaggio che progressivamente si impoverisce, il ragionamento astratto, l’attenzione, la gestualità appresa, ovvero compare una difficoltà nell’uso di strumenti semplici, inoltre spesso compaiono anche sintomi legati all’alterazione del tono dell’umore e del comportamento»









autore / Marco Guerra
Marco Guerra
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]