Torriero: "A chi dà fastidio il Fertility Day? E l'infertilità? Oggi onore alla Lorenzin"

22 settembre 2016 ore 16:16, Fabio Torriero
Onore alla Lorenzin. Ancora una volta andrò in controtendenza. Qui il tema non è l’eventuale difficoltà del ministro della Salute che ha aperto un’indagine sui messaggi razzisti contenuti nella copertina di uno degli otto opuscoli concepiti per divulgare il Fertility Day, e che ha per ora portato alla revoca del direttore della comunicazione . 
Non è in discussione il complicato mestiere del politico, costretto a conciliare l’assoluto del pensiero col reale possibile, ossia la propria sensibilità cattolica con gli equilibri di governo, anche a costo di sembrare ambigua, altalenante, troppo preoccupata a non turbare, distrarre il Timoniere. Che, tra l’altro, si è subito impegnato a ridimensionare l’iniziativa del Fertility Day, affermando, con ironia, che non c’è bisogno di uno spot per promuovere un’idea. Allora, caro Renzi, nemmeno gli spot anti-femminicidio servono ad educare le masse come ha giustamente detto a IntelligoNews Marcello Veneziani. 

Il tema è un altro e più sottile: Beatrice Lorenzin rappresenta oggi un’immagine virtuosa, di cittadina impegnata nel pubblico, che spesso, nella comunicazione politica, si pone come donna e come madre. Oltrepassando le sterili categorie del politicamente corretto, le dicotomie destra e sinistra (pur conoscendo la sua storia personale e la sua provenienza), e ignorando i manicheismi, spesso strumentali alla mera appartenenza geografica. E proprio in qualità di
Torriero: 'A chi dà fastidio il Fertility Day? E l'infertilità? Oggi onore alla Lorenzin'
donna e di madre che il ministro ha argomentato, ad esempio, durante una conferenza stampa organizzata alla Camera, la sua contrarietà, nel nome del primato della salute pubblica, alla legalizzazione delle droghe leggere. Con la tenerezza e la forza che solo una madre può esprimere. Senza quei giacobinismi ideologici che adesso, al contrario, sui social si sono scatenati e che chiedono la sua testa.

La domanda che dobbiamo porci è questa: a chi dà fastidio il Fertility Day? Troppo livore sull’inciampo iconografico. In realtà, il vero obiettivo è quello di annientare un messaggio in controtendenza, che afferma un modo di vita che contrasta radicalmente col nichilismo, l’edonismo, l’individualismo e il relativismo di oggi, e che contrasta anche col buonismo che si ammanta di mistica democratica e tollerante, e che invece è intollerante unicamente verso i cattolici. 
Molte campagne di educazione civica contro il bullismo e per l’accoglienza, non partono dal presupposto (leggere falso rispetto della diversità), che ogni “sbaglio della mente” (il gender, come definito da papa Francesco), ogni desiderio che deve diventare diritto, siano obblighi morali, valori scontati? Chiunque prova a distinguersi dal pensiero unico viene immediatamente tacciato, accusato, di omofobia e razzismo.  
Signori: nelle cattive abitudini e compagnie, potevamo metterci tutti, bianchi, neri, gialli, italiani e migranti, intenti a sballarsi. In questo veramente non c’è differenza di razza. Ma quanti si indignano quando pubblicità di ogni tipo enfatizzano scene di sesso a qualunque ora, amori lesbo, rapporti promiscui, uomini fluidi e senza più identità sessuale? La provocazione è voluta: questi messaggi vengono ritenuti giusti, legittimi, moderni, democratici, mentre quelli che si richiamano alla famiglia naturale, con un padre, una madre e un bambino, sono bollati come oscurantisti.
Altra domanda. A chi dà fastidio la parola fertilità? A chi pensa che l’infertilità sia un diritto, e non vuole sentirsi dire che la sterilità, laddove non è impedita dalla natura, può essere l’effetto di uno stile di vita consumistico, di un pensiero mortifero, molto attuale, che alla vita antepone le scelte economiche.
La verità è che l’educazione sessuale dovrebbe marciare di pari passo con la vita. Non può limitarsi all’erudizione sulla contraccezione. Dovrebbe affrontare la questione dei figli che in Italia non si fanno più. E che secondo i dati Istat (un saldo negativo di 300mila unità annuali, tra i nati e i morti, nonostante i contributo degli immigrati), gli italiani (e non solo) sono destinati a sparire, come gli Etruschi.
E’ una grande sfida culturale che ci aspetta: oltre ai contributi alle famiglie (detassazione, sgravi per asili nido etc), ci vuole una sana e corretta pedagogia. Nessuna società può legittimare la morte. Sarebbe la fine della civiltà.  
 

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