Divorzio breve? Chiamatelo pure patto di convivenza "usa e getta"

23 aprile 2015, Americo Mascarucci
Divorzio breve? Chiamatelo pure patto di convivenza 'usa e getta'
“Questo Paese lo stiamo cambiando davvero”, questo il commento della deputata Alessia Morani alla notizia dell’approvazione definitiva del disegno di legge sul divorzio breve.

Da adesso in poi sarà possibile ottenere il divorzio entro un anno nel caso di ricorso al giudice o addirittura entro sei mese se c’è il consenso dei coniugi e non si hanno figli minori, figli incapaci o non economicamente autosufficienti al di sotto dei 28 anni. Il disegno di legge è stato approvato a larghissima maggioranza, nonostante i dubbi e le perplessità giunte dal mondo cattolico.

Dunque secondo l’onorevole Morani e il Pd anche la legge sul divorzio breve rientra nel progetto di cambiamento del Paese, quel progetto che è alla base della mission del Governo Renzi. Famiglia Cristiana ha invece evidenziato come diversamente dai buoni propositi, il Parlamento anziché aiutare concretamente le famiglie a sopravvivere faccia di tutto per favorirne la distruzione. Si può forse dare torto alle accuse dei Paolini? Per carità, qui non si tratta di fare crociate etiche e religiose ma prendere atto di come appaia sempre più evidente l’impronta relativista e laicista che sembra ispirare la politica italiana. Il matrimonio assomiglia sempre di più ad un semplice “patto di convivenza”, un bene di consumo “usa e getta” che si può rompere quando non sussistono più le condizioni per tenerlo in vita. 

Si presume tuttavia che due persone che scelgono di sposarsi anziché ricorrere alla formula sempre più in uso della convivenza, lo faccia perché animata dal desiderio di costruire un futuro con la persona che si ama, mettendo in piedi una famiglia con dei figli, un rapporto stabile dunque, non un semplice legame affettivo certificato dal vivere sotto lo stesso tetto pur senza alcun legame giuridico. Il matrimonio dunque prevede a monte una forte assunzione di responsabilità da parte dei coniugi, anche se spesso e volentieri è vero che questo passo viene compiuto con eccessiva superficialità. Così come è richiesta responsabilità nella decisione di sposarsi, altrettanta responsabilità andrebbe pretesa nel momento in cui si decide di rompere il rapporto coniugale. Responsabilità che diventa ancora più grande quando ci sono i figli, i primi soggetti da tutelare in certi casi. Invece la legge sul divorzio breve sembra introdurre il principio esattamente contrario, quello cioè di annichilire il senso di responsabilità dei coniugi favorendo una rapida risoluzione del rapporto matrimoniale. 

Ecco quindi che il diritto individualistico delle persone, passa avanti al diritto di difendere l’istituto della famiglia e la tutela dei figli. Non che il divorzio debba essere vietato o ostacolato ma non si può certo pensare di contribuire a cambiare il Paese in questo modo, facendo passare il messaggio sbagliato che il desiderio della persona, qualunque desiderio per quanto legittimo, debba essere soddisfatto sempre e comunque prima di ogni altra esigenza tipo appunto quella di tutelare la serenità dei propri figli. 

Tutto questo mentre, sull’altro fronte, gli interventi in favore delle famiglie sono sempre più esigui. La famiglia è sempre più bistrattata e picconata alla radice dai continui interventi di chi vorrebbe equiparare ogni tipo di convivenza al matrimonio, comprese le unioni gay, con la pretesa di inseguire un’Europa che ormai da anni ha scelto di bandire le proprie tradizioni cristiane dalla costituzione dell’Unione. Adesso un’altra picconata arriva appunto dall’entrata in vigore della legge sul divorzio breve.

Una vittoria della civiltà è stata definita con grande enfasi un po’ dall’intero arco costituzionale parlamentare, ma forse il grado di civiltà di un popolo e di una nazione può essere determinato dalla capacità di far perdere ai suoi cittadini quel senso di responsabilità derivante dall’essere mogli, mariti e soprattutto genitori? 
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