La parola della settimana è dono e migranti (con qualche domanda)

23 aprile 2016 ore 8:00, Paolo Pivetti
Accettare l’idea che i poveri siano un dono, una ricchezza, è un presupposto della fede cristiana. Chi accetti di seguire Cristo come maestro e di invocarlo come salvatore sa bene quanto, nella dottrina del Vangelo, i poveri siano privilegiati agli occhi di Dio. Questo semplice pensiero rappresenta un grumo di mistero attorno al quale si dipanano le domande della nostra fede e i tormenti della nostra angoscia quotidiana. Come potremo salvarci, se non siamo poveri? E come potremo salvarci, se ci vestiamo con abiti e scarpe confezionati da poveri operai-schiavi, sottopagati, spesso minorenni? E così via.
Per grazia di Dio, l’orizzonte delle nostre responsabilità personali è limitato ai nostri atti, a quello che noi possiamo decidere e fare. Al di fuori di noi, c’è un mondo in subbuglio, e non dobbiamo perdere la speranza che anche dalle malefatte di capitalisti delocalizzanti e finanzieri insaziabili, Dio  sappia trarre frutti buoni di emancipazione umana per chi era rimasto troppo indietro, pur con tutta la fatica e il dolore che il processo comporta.
La parola della settimana è dono e migranti (con qualche domanda)
 
E poi, la fede c’impone di credere che l’infinita misericordia di Dio si apre anche verso quelli che poveri non sono, cioè verso di noi, privilegiati abitanti della metà ricca del Pianeta, Papa compreso.
Il quale Papa, com’è evidente sin dall’inizio del suo pontificato, in tutti i suoi interventi dedica un accento amorevole al tema della povertà. E ultimamente, ma non solo ultimamente, al tema dei migranti come caso esemplare di povertà.
Pochi giorni fa, rivolto a loro ha detto: “Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono”. È vero: per ogni credente qualsiasi creatura umana è un dono. Questa affermazione del Papa è preceduta da una richiesta di perdono: “Perdonate la chiusura e l’indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede”. 
Qui, se lecito, si sentirebbe il bisogno di un approfondimento dopo parole tanto gravi. Quale cambiamento, Santità? Non sarà certo il kebap... Ma soprattutto, quale “cambiamento di vita e di mentalità” intendono portarci loro, cioè quelli che arrivano? Forse la Sharia? O l’infibulazione? O la poligamia? O la lapidazione? O semplicemente la sottomissione della donna ai voleri dell’uomo? O i matrimoni di giovani donne con parenti ricchi combinati dalle famiglie?
Un problema di questa portata storica, soprattutto in previsione della valanga di arrivi che sta per scaricarsi su di noi, ha certo bisogno di un approfondimento.
Ma perché affrontarlo imboccando gli oscuri corridoi dell’autoflagellazione? La nostra Società non ha proprio fatto niente niente fino ad ora, per tutti i “doni” che sono già arrivati? 

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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