Non capiamo le emoji allo stesso modo: ma è veramente una cosa negativa?

23 aprile 2016 ore 11:06, Adriano Scianca
Il sogno di un linguaggio universale e di una comunicazione ubiquitaria affascina sempre più spesso la nostra società. Prima ci hanno provato con l'esperanto, ovviamente fallito. Poi ci ha pensato la diffusione planetaria dell'inglese a farci capire tutti (più o meno). Si pensava, tuttavia, di riuscire a fare ancora meglio con una comunicazione non verbale. Per esempio quella degli emoji, le faccine e gli altri simboli che quotidianamente usiamo a corredo delle nostre comunicazioni on line e che si pensava potessero addirittura evolversi in un linguaggio autosufficiente e immediatamente compreso da tutti. E invece no. 

Non capiamo le emoji allo stesso modo: ma è veramente una cosa negativa?
Uno studio del GroupLens Research dell'università del Minnesota, preparato per la prossima edizione dell'Icwsm, un'importante conferenza sui social media, ha spiegato che non capiamo gli emoji tutti allo stesso modo. Sia perché tendiamo a interpretare le faccine in modo differente, sia perché e diverse marche di telefoni e i diversi sistemi operativi tendono a rendere i simboli in modo sensibilmente diverso fra loro. È stato dimostrato, quindi, che la faccina che lacrima dal ridere o quella che piange a catinelle, la scimmietta che si copre gli occhi, l'omino sonnolento danno luogo a interpretazioni diverse da utente e a utente. 

Un sondaggio sull'interpretazione di 22 fra i caratteri Unicode più popolari ha svelato che solo il 4,5% dei simboli esaminati hanno fatto registrare un basso livello di disaccordo. Al contrario, nel 25% dei casi i partecipanti non si sono trovati d'accordo sul significato né sulla resa emotiva dell'emoji analizzata.  Ora il consorzio Unicode chiede alle case di produzione di adoperarsi tecnicamente al fine di “abbattere le contraddizioni della comunicazione”. E se la contraddizione fosse ineliminabile dalla comunicazione umana, con o senza emoji?

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