Amri-Fabrizia: basta con la retorica della “Gioventù Bataclan” e “Generazione Erasmus”

23 dicembre 2016 ore 12:25, Fabio Torriero
Proprio nel momento in cui è stato ucciso il terrorista tunisino Anis Amri, una riflessione su questa ennesima, tragica vicenda, va fatta.
Ogni qualvolta c’è una strage (Bruxelles, Parigi, Nizza, Berlino), ad opera dell’Isis, la grancassa mediatica, la nomenklatura intellettuale e la classe politica dei Palazzi italiani ed europei, tirano fuori la solita solfa, reiterano meccanicamente il medesimo messaggio: “Non ci faremo intimidire, non rinunceremo al nostro stile di vita, ai nostri valori”.
Ma in pochi, quasi nessuno, si interrogano su una cosa: di quali valori stiamo parlando; qual è, se ancora esiste, la nostra identità; e quale lo stato dell’arte della nostra libertà?
Il tutto si riduce a passeggiare liberamente per i mercatini natalizi? O al diritto all’aperitivo, o alla libertà di andare la sera al ristorante, o ad ascoltare musica? 
E’ ora di dirci la verità: le caste dirigenti nazionali e internazionali (dai politici alla carta stampata) ripetono una narrazione fuori dalla realtà, totalmente ideologica e superata: i valori illuministi (liberté-egalité-fratenité), che fanno rima con la modernità liberale, la globalizzazione liberista, il laicismo. 
A questa narrazione astratta e vuota, risponde da tempo un’altra narrazione, di pancia, becera, populista, mortifera, basata sulla paura: l’egoismo, l’antipolitica, le pulsioni nazionaliste, spesso xenofobe. 
Le due narrazioni si alimentano vicendevolmente, sono speculari. 
Amri-Fabrizia: basta con la retorica della “Gioventù Bataclan” e “Generazione Erasmus”

Di fronte alla minaccia islamista del Califfo, chi siamo noi, italiani ed europei? 
Siamo ancora cristiani, siamo ancora liberali, social-democratici etc? O piuttosto, siamo una massa anonima dentro contenitori statuali giustificati esclusivamente dal collante economico e consumista?
La prova di ciò? Il tentativo disperato, ad esempio da noi, di creare a tavolino una mitologia epica ed eroica, a cornice delle tragiche morti di giovani italiani all’estero.
La povera ragazza abruzzese Fabrizia Di Lorenzo che diventa il simbolo della gioventù cosmopolita, multiculturale, progressista; la “gioventù Bataclan”, la “generazione Erasmus”. 
Una sorta di esaltazione del laicismo mondialista, che sostituisce le identità, le tradizioni, viste come insopportabile retaggio di provincialismo, chiusura e grettezza, con il culto del “non-luogo-ovunque” (i centri commerciali, le movide, gli aeroporti, le università aperte, meglio quelle finanziate dalle multinazionali, dalle lobby e banche). 
Ossia, il profumo illusorio del “cittadino del mondo”, che si traduce nella vera, concreta schiavitù post-moderna: tutti apolidi senza identità, tutti precari senza diritti sociali, tutti ingranaggi del profitto globale, tutti consumatori. Una mistificazione spaventosa. 
Così è successo anche con Valeria Solesin; così è successo con Giulio Regeni. 
Segni di una povertà culturale e di una crisi morale senza precedenti. E di una malattia da cui occorre uscire al più presto.
Tra l’altro, evitando di enfatizzare parole e concetti che, alla luce dei fatti diventano grotteschi: Fabrizia Di Lorenzo riteneva che non bisognasse collegare sbarchi dei migranti, immigrazione e terrorismo. 
La sua morte purtroppo, ha dimostrato che a sbarcare tra i migranti c’era pure il suo carnefice: Anis Amri. 
Il mondo non ha bisogno né di speculatori demagoghi, ma nemmeno di mistificatori di Palazzo (giornalistico, intellettuale e politico) che strumentalizzano l’idealismo (giustificato) dei giovani.

caricamento in corso...
caricamento in corso...