Istat, inflazione ferma: perché non c'è crescita né consumi interni?

23 febbraio 2016 ore 11:55, Luca Lippi
La crescita non c’è, sembra un dato inconfutabile, oltretutto la rilevazione dell’Istat di ieri sull’inflazione è stata ampiamente anticipata da Mario Draghi che ha lamentato un progresso lento, troppo lento, tanto lento da dover rimettere mano a marzo al Qe, ma ha già avvertito che senza riforme concrete da parte di alcuni Paesi dell’Eurozona potrebbe essere tutto inutile.
Il problema sono i consumi interni che continuano a rallentare inesorabilmente nonostante si cerchi di risollevare gli umori dei cittadini con delle “rappresentazioni” di fiducia cui ormai nessuno crede più.

Istat, inflazione ferma: perché non c'è crescita né consumi interni?
Istat ha comunicato ieri che l'inflazione segna a gennaio in Italia un calo dello 0,2% mensile che si traduce in un aumento dello 0,3% su base annua (+0,1% a dicembre). Il lieve rialzo dell'indice dei prezzi al consumo, spiega l'istituto di statistica, è principalmente imputabile al ridimensionamento della flessione dei beni energetici non regolamentati (-5,9% da -8,7% di dicembre) e all'inversione della tendenza dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+0,5% da -1,7% di dicembre)
Tuttavia la dinamica è attenuata dal rallentamento della crescita degli alimentari non lavorati (+0,6%; era +2,3% il mese precedente). Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l'inflazione di fondo sale a +0,8% (da +0,6% di dicembre) e quella al netto dei soli beni energetici a +0,8% da +0,7% di dicembre. Il ribasso mensile dell'indice generale è essenzialmente dovuto alla diminuzione dei prezzi dei beni energetici (-2,4%). In conclusione l'inflazione acquisita per il 2016 è pari a -0,4% e a seguito dell'accelerazione della crescita su base annua dei prezzi dei servizi (+0,7% da +0,3% di dicembre) e della flessione dello 0,1% dei prezzi dei beni (la stessa registrata a dicembre) il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si amplia di quattro decimi di punto percentuale.
E’ un domino inarrestabile, le politiche del rigore e le continue sforbiciate ai redditi delle famiglie oltre guastare irrimediabilmente la fiducia, comporta sostanzialmente una contrazione sempre più marcata dei consumi interni. Il Pil lento procura stasi occupazionale, la stasi occupazionale procura sempre minori entrate e quindi aumento del debito pubblico, l’aumento del debito pubblico procura deflazione che è la forza uguale e contraria all’inflazione, e in conclusione scende il potere d’acquisto dei redditi non perché insufficienti ma perché ridotti artatamente. Se poi dovessimo anche fare delle previsioni sull’eventuale aumento delle accise sulla benzina per finanziare i giochi olimpici del 2024 allora andiamo fuori totalmente e poi saranno guai per i governi futuri.
In conclusione non esiste nessuna crescita, ma non è certo un fenomeno circoscritto all’Italia, è solo questione di tempo! Tornando all’Istat, i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,2% rispetto a dicembre e aumentano dello 0,3% su base annua (da +0,9% del mese precedente). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto scendono dello 0,3% in termini congiunturali e registrano un aumento su base annua dello 0,1% (la variazione tendenziale era nulla a dicembre). Dunque fino ad ora ogni rialzo è del tutto insufficiente, è come dissetare qualcuno nel deserto con poche gocce d’acqua, a subirne le conseguenze è il carrello della spesa che notoriamente è l’ultimo baluardo di spesa interna. Ci si priva di una vacanza, o di una pizza da mangiare fuori casa, ma quando si comincia a svuotare il carrello della spesa significa che i consumi stanno inesorabilmente arrestandosi, e senza consumi interni si ferma la macchina dello stato per mancanza di ossigeno.
10 le grandi città italiane che mostrano a gennaio un indice dei prezzi al consumo fermo o in deflazione su base annua. In particolare, i prezzi restano fermi su base tendenziale a Milano, Firenze, Perugia, Palermo, Reggio Calabria e Ravenna. Flessioni dell'indice si segnalano, invece, a Bari (-0,3%), Potenza (-0,2%), Trieste (-0,2%) e Verona (-0,1%). Per quanto riguarda i capoluoghi delle regioni e delle province autonome, Venezia, Aosta, L'Aquila e Bolzano (+0,6% per tutti e quattro) sono le città in cui i prezzi registrano gli incrementi più elevati rispetto a gennaio 2015. Seguono Bologna (+0,5%), Napoli, Genova e Trento (+0,4% per tutti e tre), Ancona (+0,3%), Torino, Cagliari, e Catanzaro (+0,2%) e Roma (+0,1%). Con riferimento ai Comuni con più di 150.000 abitanti che non sono capoluoghi di regione, si riscontrano aumenti dei prezzi rispetto a gennaio 2015 per quasi tutte le città. L'incremento più elevato interessa Parma (+0,9%), quello più contenuto Padova, Catania e Modena (+0,2% per tutti e tre i Comuni). 
Sta collassando la filiera, e qualcuno deve pagare per garantirne la sopravvivenza, inutile continuare a mettere bonus nelle tasche delle persone quando queste ultime sono terrorizzate dal fatto di non avere assicurato il reddito per pagare la rata di mutuo a giugno.

autore / Luca Lippi
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