Toti al lavoro: è lui l'anello di congiunzione tra Berlusconi e Salvini

23 giugno 2015, Americo Mascarucci
Toti al lavoro: è lui l'anello di congiunzione tra Berlusconi e Salvini
Riuscirà Silvio Berlusconi a ricostruire la grande alleanza con la Lega Nord, quell’asse di ferro con il Carroccio che sembrava indistruttibile ai tempi dell’Umberto da Giussano? I tempi sono cambiati e sono cambiati soprattutto gli uomini.
 

Berlusconi non è più il leader di un tempo, l’uomo che con un’ora di comizio era capace di ribaltare le sorti delle elezioni, spostando migliaia di voti da un campo all’altro, il suo, e che riusciva anche nell’impresa di vincere sfide quasi perse a tavolino (ricordate la vittoria di Renata Polverini alle elezioni regionali del 2010 avvenuta senza la lista del Pdl a Roma?). Non ha perso la voglia di lottare ma la Forza Italia di oggi non è la Maserati di una volta, assomiglia ogni giorno di più ad una vecchia utilitaria per giunta pure ammaccata; lui la foga di un tempo ha dimostrato di non possederla più, circondato com’è da fedelissimi che passano gran parte delle giornate a farsi la guerra fra loro. Ma soprattutto non c’è più lui, Umberto Bossi, il leader indiscusso della Lega dei tempi andati, fiaccato dagli scandali giudiziari che hanno colpito la sua famiglia e i suoi collaboratori più stretti. Un leader che, ogni volta che appare su un palco della Lega, assomiglia sempre di più ad un simbolo, quasi imbalsamato e messo lì per dimostrare allo zoccolo duro e agli irriducibili della prima ora che in fondo il Carroccio di oggi è figlio di quello di ieri, anche se forse non a tutti fa piacere ricordarlo. Al timone della Lega oggi c’è il giovane Matteo Salvini, uno che quando regnava indiscusso l’asse Berlusconi-Bossi-Tremonti lamentava l’eccessivo appiattimento del partito sul Pdl e ancora di più sulle politiche economiche del “professore”. 

Berlusconi quindi dovrà rassegnarsi suo malgrado a sedersi al tavolo e discutere con il “ragazzotto” (come pare molti forzisti definiscano Salvini), uno senza peli sulla lingua, privo del bon ton istituzionale, allergico al politicamente corretto, uno che se gli dici razzista lungi dall’offendersi ti risponde che tutto sommato per lui quello è pure un complimento se si tratta di voler chiudere le frontiere e smantellare i campi rom. Uno che di fronte alla “scomunica” del Papa che ha chiesto di perdonare i rappresentanti istituzionali che si rifiutano di accogliere gli immigrati, ha chiesto conto di quanti profughi sono ospitati fra le mura del Vaticano. 

Anche Bossi un tempo era così, alzava il dito medio (cosa che Matteo non fa) e utilizzava terminologie poco istituzionali, ma Berlusconi era riuscito nell’impresa di “moderarlo” e farlo sembrare un uomo delle istituzioni, non il capo dei barbari che scendevano dal Nord. Salvini non ha grande simpatia per Berlusconi, né tantomeno per un ritorno alla vecchia formula di centrodestra, ma sa perfettamente che l’alleanza con Forza Italia è inevitabile, come lo è stata alle ultime elezioni regionali permettendo al Carroccio di portare a casa la vittoria del Governatore uscente Luca Zaia in Veneto disinnescando la “mina” Flavio Tosi. 

Ma Salvini sa pure perfettamente di avere il coltello dalla parte del manico, perché se l’asse Berlusconi-Bossi- Tremonti aveva condotto la Lega al collasso facendogli perdere credibilità e consenso, lui il Carroccio è riuscito a rimetterlo in piedi dopo gli scandali del “cerchio magico bossiano”. Al punto che oggi la Lega sta rivivendo una nuova primavera, tornando ad essere quel partito di lotta contro il sistema che agli inizi degli anni novanta del secolo scorso aveva persino affascinato un intellettuale di sinistra come Giorgio Bocca (“rivedo in loro i partigiani che scendono dalle montagne” arrivò a scrivere dei leghisti il giornalista di Cuneo). Cavalcando alla perfezione il malcontento dei cittadini per la totale mancanza di sicurezza nelle città, per l’eccessiva presenza di immigrati clandestini, per l’oppressione finanziaria dell’Europa, Salvini ha riportato la Lega ai livelli di un tempo facendo dimenticare comunque agli italiani gli anni di governo con Berlusconi e un certo accomodamento con il potere, la distribuzione di incarichi e prebende in Rai e dintorni. È lui che oggi sembra dirigere il gioco con l’ex Cavaliere. 

Il vecchio e il nuovo seduti allo stesso tavolo che tentano di convivere sapendo entrambi che le leggi della politica impongono loro di trovare un punto di accordo. Il vecchio tenta di resistere e il nuovo cerca di farsi avanti rottamando il passato ed impedendo che questo possa resuscitare. Berlusconi in pratica vorrebbe riportare lo “scolaretto disobbediente ed indisciplinato” all’ordine, mentre questo non è disponibile ad offrire la propria faccia e i propri voti al vecchio che avanza per consentirgli l’ennesima resurrezione politica. 

Due mondi contrapposti obbligati dalle leggi della politica a dialogare pur sapendo di essere allergici l’uno all’altro. Indispensabile si rivelerà senza dubbio il lavoro dei pontieri, ossia i mediatori di ambo le parti, all’opera per smussare gli angoli e far sì che le reciproche diffidenze cedano il passo ai comuni interessi politici legati all’esigenza di tornare a vincere. 

Un lavoro di intelligence che passa soprattutto dalla Liguria dove Giovanni Toti sembra essere sempre di più insieme a Roberto Maroni l’anello di congiunzione fra gli “opposti estremismi”. Riuscirà nell’impresa? La vittoria in Liguria c’è stata ma può essere più facile convincere migliaia di elettori che mettere d’accordo due persone.
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