Concordia, il modello Schettino resiste. Non siamo d’accordo con Del Rio: ecco perchè

23 luglio 2014 ore 13:00, Lucia Bigozzi
Concordia, il modello Schettino resiste. Non siamo d’accordo con Del Rio: ecco perchè
Si è scritto di tutto e di più sulla Concordia-discordia. Fiumi di inchiostro e tonnellate di tweet, di foto, di slogan riciclati perfino nella battaglia in Parlamento tra maggioranza e opposizioni. Schettino il peggio dell’Italia peggiore, il comandante in fuga, come l’italiano che non vuole prendersi responsabilità e preferisce sparire al momento giusto. Puff, una scialuppa e via.
Le responsabilità, in questo caso, sono i 32 passeggeri morti ai quali si aggiunge il subacqueo che in fondo al mare ci ha lasciato la vita per recuperare pezzi del relitto, resti umani e miserie di tutti. Sì, perché la Concordia ci appartiene, siamo noi. Certo, c’è un processo che dovrà accertare le responsabilità dei singoli, a cominciare dal comandante Schettino ma quello è un altro piano. Ciò che stride in questa giornata dedicata con grande clamore mediatico al “trionfo” dell’ultimo viaggio, è il dopo che sovrasta il prima. E’ il viaggio verso Genova e non “l’inchino” al Giglio costato la vita a 32 persone, sulla nave della vacanza. Un “inchino”, due “inchini”, tre “inchini” e così via. Lo abbiamo imparato cosa vuol dire “inchino” nel gergo marinar-crocerasco: non solo Schettino, non solo al Giglio. Pratica diffusa tra gli addetti ai lavori. Perché? I dubbi restano e forse, sarebbe il caso di tenerli tutti quanti sulla prua di quella nave su cui oggi si sono appuntati gli occhi del mondo. Che hanno visto il peggio dell’Italia e ora vedono il meglio, in diretta. Come se quanto accaduto fosse lontano, quasi rimosso insieme al relitto di una nave sulla quale di giorno si danzava e una sera, si è cominciato a morire. Per chi non ce l’ha fatta. Tutta colpa dell’inchino. Il sottosegretario Del Rio prova a metterci una pezza vellicando l’orgoglio nazionale: “Il nostro paese ha rimediato gli errori di un singolo”. E’ vero, l’operazione prima di messa in sicurezza della nave poggiata sugli scogli, poi il rigalleggiamento e la navigazione scortata a Genova, è un capolavoro – riconosciuto e apprezzato a livello internazionale – in tutto italiano. Onore agli italiani così. Che non sono gli Schettino in relax a Ischia, in abito bianco al party in blanc. Tuttavia, non si può nemmeno chiudere la pratica fermandosi agli errori del singolo. Lo dirà il processo chi è responsabile del disastro e perché. Bisognerebbe interrogarsi anche su chi sta tra le quinte e non sul palcoscenico. Se alla fine tutti sapevano e uno solo ha sbagliato, qual è il senso, se non l’ennesima exit strategy? Va bene la diretta dell’ultimo viaggio della Concordia, gli onori agli uomini che se ne sono occupati per due anni, giorno e notte. Operazione tecnicamente perfetta, psicologicamente utile quasi come un rito collettivo nel quale sciogliere le nostre ansie, fragilità, paure, errori, esaltando la parte buona. Eppure la verità non è solo questa: è anche quella che sta dietro ai non detti, alle regole non scritte ma decodificate. E' lì dentro, che la Concordia rischia di affondare. Di nuovo.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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