22 anni dopo Capaci cosa rimane di Giovanni Falcone?

23 maggio 2014 ore 10:00, Americo Mascarucci
Oggi è l’anniversario della strage di Capaci dove nel 1992 rimasero uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.  

22 anni dopo Capaci cosa rimane di Giovanni Falcone?

Come ogni anno si tengono cerimonie e commemorazioni varie, utili a tenere in vita la memoria dei tragici avvenimenti che hanno segnato la storia d’Italia e cambiato il corso della politica (basti pensare che l’attentato giunse a poche settimane dalle elezioni politiche e mentre il Parlamento era riunito per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica). Ma cosa rimane oggi al di là del ricordo di Giovanni Falcone e del suo operato? Rimane tantissimo e sotto ogni punto di vista. Falcone resta senza dubbio l’artefice principale di un nuovo modo di combattere la mafia, un metodo rivoluzionario quanto efficace. Fu il primo a comprendere che Cosa Nostra andava colpita innanzitutto negli affari perché erano quelli che costituivano la linfa vitale su cui l’organizzazione si reggeva; la mafia era soprattutto denaro e droga e intorno al traffico degli stupefacenti ruotava l’intero sistema. Era nelle banche che andavano indirizzate soprattutto le indagini, là dove transitavano i soldi sporchi della droga e degli affari illeciti che da Palermo si estendevano oltre Oceano. Insieme a Rocco Chinnici dirigente dell’Ufficio Istruzioni della Procura di Palermo, fu l’ideatore del pool antimafia, una struttura formata da magistrati impegnati a tempo pieno nella lotta alla mafia.
22 anni dopo Capaci cosa rimane di Giovanni Falcone?
22 anni dopo Capaci cosa rimane di Giovanni Falcone?
Era necessario che le inchieste fossero seguite collegialmente da una squadra di sostituiti in maniera tale che ognuno fosse in grado di portare avanti il lavoro degli altri, perché quando si restava soli o si lavorava in solitudine era il momento in cui si veniva uccisi. Grazie all’attività del pool, che dopo l’assassinio di Chinnici troverà in Antonino Caponnetto un altro tenace sostenitore, e alle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta che Falcone gestirà in prima persona, si arriverà all’istruzione del maxi processo a Cosa Nostra che si concluderà con 360 condanne. Un evento epocale perché finalmente si riconosceva l’esistenza della mafia come organizzazione criminale da perseguire in quanto tale e nella sua globalità, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli affiliati chiamati a rispondere collegialmente in quanto mafiosi. Ma Falcone non è stato soltanto questo, ma soprattutto un magistrato onesto e rispettoso dei principi dello stato di diritto. Fu accusato da Leoluca Orlando e da parte del PCI di insabbiare le inchieste che riguardavano i rapporti fra la mafia e la Dc siciliana, in particolare Salvo Lima; in realtà Falcone non insabbiava un bel niente, ma era perfettamente consapevole dall’alto della sua esperienza di come, per accusare qualcuno, servissero prove concrete e non semplici sospetti o evanescenti teoremi politici; e sapeva altresì perfettamente che i racconti dei pentiti prima di essere presi realmente in considerazione dovevano essere soppesati e soprattutto verificati. Quando Caponnetto si dimise per lasciare a lui il posto di dirigente dell’Ufficio Istruzioni, il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì Antonino Meli che per tutta risposta in pochi mesi smantellò l’intero pool antimafia; e quando Falcone accettò l’incarico al Ministero di Grazia e Giustizia su proposta del ministro Claudio Martelli, si ritrovò bersagliato dalle critiche della sinistra comunista e di Magistratura Democratica.Ciò nonostante proprio dal Ministero di via Arenula, ispirò e favorì la creazione della Direzione Investigativa Antimafia, istituita nel 1991 dall’allora ministro dell’Interno Enzo Scotti in pieno accordo con Martelli. Questo è stato Falcone, un servitore dello Stato che ha operato sempre nel pieno rispetto dei principi di legalità e di giustizia. Uno che della lotta alla mafia non ha mai fatto una bandiera politica, né un’arma per combattere presunti avversari politici. Un uomo che dopo l’attentato di capaci è stato assurto a simbolo della lotta a Cosa Nostra anche e soprattutto da chi, fino alla mattina di quel 23 maggio 1992, lo considerava un servo del potere e un colluso con la politica, quella politica che anche grazie a lui aveva imparato a combattere davvero la mafia.
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]