"Professionisti del terrore" in azione dagli Usa all'Inghilterra: ma l'Isis stavolta non c'entra

23 maggio 2016 ore 15:55, intelligo
di Alessandro Corneli

Il terrorismo – arte e pratica di diffondere il terrore – ha invaso la comunicazione politica e ne ha scacciato speranza, progettualità e, ovviamente, anche promesse e illusioni. 
Gli elettori non sono più blanditi o affascinati, ma terrorizzati: se non votano in un certo modo, una o più sciagure li attendono.
Hillary Clinton, forse preoccupata dai sondaggi che segnalano il recupero di Donald Trump, mentre qualcuno parla di sorpasso, ha affermato che la sua candidatura pone "pericoli immediati" al Paese. La tradizionale competizione presidenziale, un pò folkloristica, assume toni drammatici: gli Stati Uniti sono in pericolo se alla Casa Bianca si insedierà quel disinvolto magnate che, però, sta conquistando il consenso del ceto medio, la spina dorsale della democrazia americana. 
Si sa che il terrore è tanto più forte e contagioso quanto più la minaccia è generica: "pericoli immediati" è una formula che presenta tale requisito. 
 Quasi alla Orson Welles e al suo sbarco dei marziani. Anche perché la Clinton ha detto che Trump "non è un candidato normale": è dunque un alieno? A questo si sarebbe ridotta la più antica e vitale delle grandi democrazie moderne? 
'Professionisti del terrore' in azione dagli Usa all'Inghilterra: ma l'Isis stavolta non c'entra
L’altra grande democrazia storica, quella inglese, è sottoposta alla stessa pressione terroristica. Il 23 giugno, infatti, gli elettori britannici dovranno pronunziarsi sulla Brexit. 
Il "bombardamento" è iniziato da tempo: dal Giappone, i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali del G7 hanno detto che l'uscita del Regno Unito dalla Ue costituirebbe una minaccia globale. 
Alcuni giorni fa, il presidente Barack Obama aveva sostenuto che l’uscita del Regno Unito dalla Ue avrebbe reso più difficile la lotta contro il terrorismo. Poi c’è la pioggia dei numeri che ha scatenato la gara tra chi diffonde quelli più allarmanti. 
La disoccupazione salirebbe dal 5 all’8%, mettendo a rischio 3 o 4 milioni di posti di lavoro, e la sterlina subirebbe una svalutazione del 15-20%. 
Secondo la Confindustria britannica, il Pil calerebbe di 100 miliardi di sterline, ma per l’Ifo di Monaco il calo raggiungerebbe i 330 miliardi di sterline. Le famiglie inglesi vedrebbero contrarsi le loro entrate annue da 2mila a 5mila sterline (ovvero 7mila euro). Un terrorismo più spicciolo riguarda quella classe particolare degli impiegati della City: salterebbero 100mila posti di lavoro. E grandi istituzioni finanziarie hanno detto di essere pronte a trasferire i loro quartieri generali a Francoforte e a Parigi. Con tutto il rispetto, di rado gli economisti sono stati buoni profeti. E poi, dove vanno a finire le virtù taumaturgiche del mercato che, per definizione, si autoregola? 
Anche nella lontana Australia aleggia qualche preoccupazione: la minaccia verrebbe dall'espansionismo cinese. Ma Obama ha trovato il rimedio: ha posto fine al divieto di vendita di armi al Vietnam, che ha resistito ai bombardamenti a tappeto americani e ai defoglianti, ma ora teme anch'esso la Cina. Chi dice che la democrazia è disarmata? 
Nel nostro piccolo, un po’ di terrorismo elettorale è già partito in funzione del referendum costituzionale di ottobre. Il premier Matteo Renzi ha detto che, in caso di bocciatura, lascerebbe la politica. Il ministro delle riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, ha unito il suo destino a quello del premier. Per l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, "se ci fosse una sconfitta sulla riforma della Costituzione, è chiaro che il premier, senza poter dire che sia stata sua responsabilità, si troverebbe in una situazione estremamente difficile". 



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