Omicidio Vannini, Meluzzi: “Vi spiego un caso unico nella storia della criminologia"

23 maggio 2016 ore 16:48, Lucia Bigozzi
“Caso unico nella storia della criminologia”. Alessandro Meluzzi, psichiatra e criminologo, “classifica” così l’omicidio di Marco Vannini nel giorno della prima udienza in Tribunale che vede sul banco degli imputati un’intera famiglia, quella della fidanzata. Nell’intervista a Intelligonews analizza contraddizioni e comportamenti che narrano questa vicenda. 

Le scene di strazio in aula dei genitori di Marco Vannini cosa segnalano sul piano psicologico? E’ l’effetto della tensione accumulata in tutti questi mesi?

"Ma che altro potrebbero rappresentare quelle lacrime di genitori disperati se non l’espressione perfettamente adeguata e compiuta della disperazione di aver perso un figlio in un modo così assurdo? Perché oltre al dolore della perdita, in questo caso si aggiunge il profondo, immenso, senso di ingiustizia per il modo in cui l’evento sarebbe accaduto e anche l’assurdità complessiva della situazione, rispetto a un individuo che dovrebbe essere un militare di carriera, agente dei servizi di Intelligence e quindi dovrebbe avere non soltanto la caratura etica di un servitore dello Stato in ambienti di immensa delicatezza per la sicurezza del Paese specie in un momento come questo. In altre parole, ci troviamo di fronte a un livello di professionalità per una persona che fa quel tipo di mestiere, assolutamente inqualificabile se fosse accertato il reato". 

Omicidio Vannini, Meluzzi: “Vi spiego un caso unico nella storia della criminologia'
Lei conosce la vicenda: qual è il capo di imputazione e quali sono le contraddizioni che gli investigatori avrebbero rilevato relativamente al comportamento della famiglia della fidanzata del giovane, i cui esponenti oggi sono a processo? 

"Le contraddizioni sono tante. Intanto sono legate a una narrazione monca e insoddisfacente del fatto già dai primi istanti e poi, come dire, c'è quell'incredibile mancanza di richiesta di aiuto e di soccorso che sarebbe la causa principale della morte del ragazzo. Il capo di imputazione che è quello di omicidio conseguente a condotte inadeguate, quindi una variante dell’omicidio volontario, andrebbe ben oltre la colposità attribuita ai protagonisti che di cui andrà accertata la condotta omissiva e omertosa fin dall’inizio, se c'è stata. Questa omertosità diffusa in cui i membri della famiglia parlano tra loro già durante le prime intercettazioni ambientali subito dopo i fatti, potrebbe svelare una chiamata a corresponsabilità di un gruppo che è unica, forse, nella storia della criminologia in ambienti extra-malavitosi".

Al di là della verità processuale che emergerà e del caso, nell'immaginario collettivo colpisce l'idea di una famiglia che si compatta di fronte a un evento del genere. Può essere più forte il senso della famiglia rispetto a quello della legalità?

"Lo è spesso in un Paese in cui Banfield notoriamente negli anni ’60 ha parlato di ‘familismo amorale’, quindi il ‘tengo famiglia’ che prevale su qualsiasi verità e legalità, purtroppo, è un vizio diffuso. Potrebbe diventare un caso unico, e se accertata colpevolezza colpirebbe l’assoluta monoliticità dell’insieme e la tendenza a mentire fin dall'inizio e soprattutto questo odioso richiamo continuo al benessere della famiglia che aggiunge a questa vicenda anche il supplemento della volgarità". 

autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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