Le #parolechiave della settimana

23 marzo 2013 ore 15:04, Paolo Pivetti
Le #parolechiave della settimana
Incarico pieno, esecutivo di scopo, grande coalizione, governo delle larghe intese, governissimo, governo di concordia, ricorso alle urne, legislatura costituente... Le parole e le metafore in gioco questa settimana sono state tante, e altrettante le ipotesi. Alla fine, ne è uscito un mandato esplorativo per Bersani, come previsto. Ma chi sono i contendenti in campo in questa difficile verifica?
Moderàti. In linea di massima s’identificano i moderati con l’area di centrodestra. Eppure, anche a sinistra c’è chi guarda al mondo dei moderati con l’acquolina in bocca. Strano, il destino di questo termine, moderati, che fino a qualche decennio fa, in epoca di ideologie, suonava come un’offesa: moderato voleva dire privo di coscienza politica, vilmente mediocre. Il dizionario Gabrielli definisce così il moderato: "Chi rifugge dagli estremismi. Chi tende al compromesso astenendosi da posizioni di rottura e da innovazioni..." Appunto. Ma un bel giorno, tutti si sono accorti che i moderati sono il blocco maggioritario di qualsiasi mercato elettorale. E così questo termine che non contiene sogni è diventato il sogno dei più. Progressisti. Furbi loro, quelli di sinistra, ad appropriarsi di questo termine, ricco di promesse e di speranze. Poi, si sa, nell’uso e nell’abuso della politica anche le parole cambiano di significato, soprattutto quando si cristallizzano. Questo è successo a progressisti, rigidamente identificato con una parte, anche se poi quella parte, per esempio in termini sindacali, si è fatta ultraconservatrice e avversa a qualsiasi progresso. Ma l’arte di colonizzare il linguaggio è un’arte consumata, che ebbe nel Pci togliattiano un maestro ineguagliabile. Riformisti. Marcatamente più lieve, garantisce il rispetto del quadro legale: è un termine molto positivo. Fece bene Monti a spostare con una gomitata la sinistra dalla proprietà esclusiva di questo aggettivo, e a dichiarare sé stesso riformista, e intenzionato a dialogare con tutte le forze riformiste. Ha ridato sapore a questa categoria nella quale molti oggi ambiscono a identificarsi. Eppure, anche il termine riformista porta nel suo passato l’ombra di un’onta. Nel linguaggio politico della sinistra italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, tutta imbevuta di leninismo, riformista era uno spregiativo. Come era uno spregiativo socialdemocratico. Conservatori. Non ce ne sono. Curiosamente, pur possedendo questo termine una sua nobiltà storica, coloro che potrebbero vantarsene preferiscono rifugiarsi nel pantofolaio moderati. Eppure, in epoca di scivolamenti relativistici, essere conservatori potrebbe rivelarsi la più innovativa, forse rivoluzionaria, delle posizioni. Rivoluzionari. Hanno tentato di far capolino nell’arena politica sotto le vesti della Rivoluzione civile. Ma gli elettori non hanno gradito. Per ora, fuori gioco. Alla fine del discorso resta però una domanda che non trova per ora risposta: ma i grillini dove li mettiamo?
autore / Paolo Pivetti
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