Sulla Pirelli sventola bandiera rossa. Ma non è la sola: i precedenti

23 marzo 2015, Luca Lippi
Sulla Pirelli sventola bandiera rossa. Ma non è la sola: i precedenti
“La Cina è vicina”: era lo slogan della rivoluzione proletaria che vedeva (fra altri) teatro anche gli stabilimenti della Pirelli. Bene, ottimo, risultato ottenuto con successo; forse qualche anno di ritardo, ma le “rivoluzioni” non osservano gli stessi tempi tecnici del “Capitale”.

Finalmente la bandiera rossa della Repubblica Popolare sventolerà sulla Bicocca ma, dobbiamo comunicare una brutta notizia “alla rivoluzione proletaria”, non è la bandiera della Cina di Mao, è quella dei suoi eredi miliardari che a Mao non portano neanche un mazzo di fiori nelle ricorrenze.

Intanto da quest’operazione trapela che il manifatturiero italiano è ancora “un’eccellenza” molto ambita, peccato però che stia scivolando lentamente ma inesorabilmente fuori dagli italici confini. 

Un piccolo promemoria per i distratti: fra il 2008 e il 2012 le aziende passate in mani straniere sono state 437. Hitachi compra Feccia Rossa per 36 milioni di euro (controlla il 100% di Ansaldo Brera e diventa il quarto produttore di treni al mondo). E ancora, Hines Italia Sgr cede il 100% di Porta Nuova (l’area Milanese con i grattacieli più alti d’Italia) al fondo Qatar Qia. La maison di moda Krizia passa ai cinesi (operazione di pochi mesi fa). Poltrone Frau diventa americana dell’Haworth che acquista e controlla al 58,6% del capitale. Nestlè fagocita Buitoni, Sanpellegrino, Perugina, l’”Antica gelateria del corso” di Motta e la Valle degli Orti. Non finisce qui, ci sono anche Bulgari, Gucci e Valentino che non parlano più “Tricolore”…

Torniamo alla Pirelli: l’operazione consiste nel trasferimento dell’intera partecipazione detenuta da Camfin (Tronchetti, Rosneft, Intesa Sanpaolo e Unicredit) pari al 26,2% del capitale, a un prezzo di 15 euro per azione a una società “italiana” di nuova costituzione, controllata dai cinesi (anche Camfin reinveste capitale).

L’ultima operazione Camfin/Pirelli è stata pianificata e perfezionata a giugno con l’ingresso della russa Rosneft a un prezzo per azione pari a 12 euro, ora sarebbe da stabilire la “chiusura del cerchio” che sicuramente comprende qualche accordo “ignoto” compreso nelle trattative commerciali recenti di Putin con la Cina, altrimenti che senso avrebbe l’entrata di capitale russo in Pirelli (Rosneft) e l’uscita in soli 10 mesi?

Sicuramente diranno che la Russia di Putin è in crisi e quindi deve “svendere” per raccogliere risorse; in realtà non svende affatto (c’è differenza fra 12 euro e 15 euro) e poi indirettamente la Russia esce, cambia l’abito e rientra con i nuovi alleati commerciali; chi potrebbe smentire questa teoria? Sottigliezze, il risultato finale non cambia.

Il tempo offrirà maggiore chiarezza, per il momento onore ai compagni di ieri e prepariamoci a sventolare il fazzoletto per salutare un altro pezzo di orgoglio industriale italiano che sta scivolando lentamente (di nascosto) fuori dai confini della grande Europa unita.
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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