Alzheimer, una capsula "spazzina" contro il deficit della memoria: sperimentazione al via

23 marzo 2016 ore 14:27, Andrea De Angelis
Una scoperta che potrebbe rivoluzionare la lotta all'Alzheimer. Arriva dalla Svizzera dove alcuni ricercatori del Politecnico federale di Losanna hanno realizzato una capsula per ripulire il cervello dalle molecole nocive che si impianta sottocute e rilascia gradualmente anticorpi che finiscono nel sangue e vanno a svolgere il loro compito nel cervello: distruggere gli accumuli di molecole tossiche ritenute responsabili della demenza di Alzheimer, i cosiddetti frammenti di beta-amiloidi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Brain. Messa a punto da Patrick Aebischer e costituita di materiale biocompatibile, la capsula di dimensioni millimetriche contiene cellule modificate geneticamente e deputate proprio al rilascio di un flusso costante e lento di anticorpi anti-proteina beta-amiloide che finendo nel circolo sanguigno giungono fino al cervello.

Alzheimer, una capsula 'spazzina' contro il deficit della memoria: sperimentazione al via
Una scoperta che arriva a pochi giorni di distanza dallo studio dei ricercatori del Riken-Mit Center for Neural Circuit Genetics di Cambridge in cui si afferma che potrebbe essere ancora possibile recuperare i ricordi apparentemente perduti in chi ha contratto l'Alzheimer. Gli studiosi sono riusciti a riaccendere la memoria nei topi stimolando il cervello con un raggio di luce, grazie alla tecnica dell’optogenetica finora mai sperimentata sull’uomo. Il deficit di memoria che si manifesta all’esordio dell’Alzheimer è quindi dovuto soltanto ad un problema nel recupero delle informazioni memorizzate, e non alla loro codificazione o al loro immagazzinamento, aprendo così la strada a nuove terapie. I ricordi si attivano nel cervello grazie alle spine dendritiche, sorta di piccoli bottoni che connettono fra loro i neuroni e che sbocciano come germogli ogni volta che uno stimolo esterno fa rivivere un’esperienza ridando vita a un ricordo. Nei malati di Alzheimer queste spine dendritiche tendono a diminuire nel tempo, rendendo il ricordo sempre più spento. L’esperimento condotto sui topi, però, dimostra che possono essere nuovamente stimolate a crescere.



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