Bruxelles, imam Pallavicini: "Assistenzialismo paternalista su islamici non funziona. Una serie di errori"

23 marzo 2016 ore 14:13, Lucia Bigozzi
“In Belgio ci sono stati una serie di errori: intelligence, politiche di accoglienza, di integrazione, e soprattutto la mancanza di una formazione interculturale”. E’ un elemento dell’analisi dell’Imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Comunità religiosa islamica italiana (Coreis) e direttore per il dialogo interreligioso della Grande Moschea di Roma, sviluppa nella conversazione con Intelligonews sui fatti di Bruxelles. 

I fatti di Bruxelles secondo molti osservatori denotano le falle dell’Intelligence belga e c’è chi rilancia la necessità di una Polizia europea. E’ la risposta giusta? 

«Personalmente non sono un esperto di Intelligence ma non credo che quanto accaduto in Belgio sia riconducibile a un errore dell’Intelligence. O meglio, credo che vi siano una serie di errori concomitanti: Intelligence, politiche di accoglienza, di integrazione, e soprattutto la mancanza di una formazione interculturale, perché la base per il senso di cittadinanza è il senso di appartenenza, di partecipazione attiva nelle dinamiche della società locale ed europea. Se pensiamo che l’errore è solo dell’Intelligence belga e come conseguenza troviamo una soluzione per l’Intelligence, avremmo risolto parte del problema non il tutto».

Polizia europea: favorevole o contrario? 

«Anche in qui, il tema mi lascia un po’ perplesso. Parlo da europeo: quello che manca non è la Polizia europea, bensì un coordinamento politico europeo. Polizia europea? Sì ma da chi sarebbe coordinata, gestita? Io da religioso musulmano e da cittadino europeo dico che ci vuole sempre, anche alla luce di queste tragedie, un coordinamento perché i problemi e di conseguenza le soluzioni, ci richiedono una interdisciplinarietà nel contesto della quale esperti, analisti, docenti ai quali si aggiungono rappresentanti religiosi non solo del mondo musulmano ma anche esponenti autorevoli dell’ebraismo e del cristianesimo europeo, insieme a rappresentanti delle istituzioni laiche e politiche, trovino insieme una serie di soluzioni, sia in materia di sicurezza, sia di educazione, sia in materia di visione pratica delle politiche sociali»

Si è saputo che tre parenti di Salah avevano il posto fisso in uffici pubblici del Belgio. E’ il segnale di un’integrazione non sentita o rifiutata da parte di chi addirittura può contare su un lavoro “sicuro”?

«La mia risposta è che la coerenza di una politica per l’integrazione o di una cittadinanza attiva rispetto ai principi ispiratori dell’Unione europea non può essere né la politica xenofoba del tipo ‘dobbiamo essere tutti ariani, bianchi e con gli occhi blu’, tantomeno - e questa è la novità per me molto importante – avere l’atteggiamento dell’assistenzialismo paternalista che non è sufficiente. Non sto dicendo che non è positivo e aggiungo, onore al Belgio che ha dato sussidi, accolto gli immigrati, li ha integrati in case popolari, ha dato loro un posto di lavoro e il servizio sanitario tutelandoli in tutti i modi; ma la questione è che la vita non è tutti uguali in un ghetto della razza eletta, tantomeno un ideale perbenista del welfare dove sotto, sotto noi non ci conosciamo, non collaboriamo, non dialoghiamo»

E quindi? Cosa propone?

«Il punto è che in realtà può essere un modo molto generoso di tollerare un estraneo. Tanto è vero che può sembrare paradossale ma per me è molto significativo, che alcuni di questi quartieri prima erano una Little Italy, poi sono stati trasformati in quartieri nordafricani, ma mi domando: i belgi dove erano, dove sono stati? Perché un quartiere centrale come Midi a Bruxelles un tempo era abitato da cittadini belgi e adesso sembra di stare nella periferia di Casablanca? Nelle periferie delle banlieue invece non trovi i parigini che si sono tenuti l’Ile. Questo per dire che è fallito un modello culturale di relazione, sia tu li chiuda in ghetti o che gli dia assistenza facendo vedere loro che l’Occidente è la patria delle libertà. La società dei diritti è veramente da tutelare, ma attenzione perché i diritti senza cultura dei diritti, delle relazioni, del dialogo, della collaborazione e del rispetto e non della tolleranza, generano estraneità. Il problema è che i belgi non hanno mai voluto conoscere gli altri, li hanno accolti e loro sono andati nei quartieri fuori; i francesi invece si sono tenuti l’Ile e hanno mandato in periferia gli altri»

E il modello italiano? Qual è la sua valutazione?

«Mi fa sperare perché a parte la triste storia delle leggi razziali, la cultura del popolo italiano è la cultura latina, aperta sia nei confronti del Nord che dell’altra sponda del Mediterraneo. Inoltre, grazie anche al Vaticano ma pure alla comunità ebraica e valdese, l’esperienza del pluralismo religioso è parte integrante della cultura italiana. In questo senso, spero che qui da noi non ci siano ghetti, bensì una relazione interculturale dove veramente il prefisso ‘inter’ sta a significare rispetto e relazione culturale con la C maiuscola. Ed è questo che può ridurre le estraneità, perché quando le persone stanno nei ghetti si ignora il valore dell’identità nazionale; magari abbiamo avuto tutto ma non siamo contenti e qui si insinuano i divulgatori dell’odio dell’Isis che vanno a intercettare i giovani delle seconde generazioni insoddisfatti della vita dicendo loro: perché non ti fai saltare e così diventi un eroe? Ed è lì che nasce la fertilità delle suggestioni dell’Isis»

Il fatto che due degli attentatori fossero fratelli come quelli delle stragi di Parigi che significato ha per uno che come lei conosce bene il mondo musulmano? 

«Francamente è una casistica molto discutibile perché ci sono tanti fratelli che non hanno seguito “quei” fratelli o fratelli che non vogliono prendere quella strada o che non sanno nemmeno che il fratello l’ha presa. Io lo escluderei sia come matrice religiosa che socio-culturale»

Renzi conferma che per l’Italia non c’è una minaccia specifica. Condivide? 

«E’ una mia speranza e sono contento che Renzi lo dica e mi auguro abbia elementi per poterlo sostenere. Comunque, io dico: facciamo meglio e di più quello che è già stato fatto, visto che abbiamo minori rischi. Fare di più vuol dire relativamente all’Islam italiano individuare gli interlocutori e le esperienze che sono seriamente un modello di riferimento: quindi fierezza dell’italianità e fierezza dell’islamicità in una prospettiva di dialogo serio con le istituzioni, profondo con le altre religioni, costruttivo con la società. Occorre valorizzare queste caratteristiche altrimenti il rischio è che si dica, speriamo vada tutto bene ma poi non ci si vuole assumere una posizione politica seria, forse perché è impopolare. In altre parole: c’è una concentrazione preventiva del tipo, evitiamo i fondamentalismi, i disagi sociali, facciamo l’integrazione, diamo qualche contentino ma non affrontiamo la dignità dell’essenza dell’Islam italiano che possa essere equiparata alla dignità che, grazie a Dio, hanno storicamente ricevuto sia gli ebrei d’Italia che i valdesi d’Italia e di recente anche i buddisti e gli indù d’Italia. Questo non solo conferma che in Italia c’è libertà religiosa ma come dice il ministro Alfano, di distingue chi prega in maniera sana da chi, invece, vuole sparare e bestemmiare strumentalizzando l’Islam per fini di martirio sciocco o di violenza nei confronti del prossimo»
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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