L'utero cura gli embrioni malati che diventano sani. E quei figli non nati?

23 novembre 2015 ore 16:05, intelligo
L'utero cura gli embrioni malati che diventano sani. E quei figli non nati?
Un embrione che presenta anomalie o alternazioni cromosomiche può “guarire”, ovvero tornare sano e consentire una gravidanza normale e un bambino senza problemi. Stavolta è tutto merito della natura perché proprio in natura esiste un meccanismo di auto-correzione che finora la scienza non conosceva. A questo sono arrivati alcuni ricercatori italiani lavorando sugli impianti e l’esito dello studio, guidato da Ermanno Greco, e direttore del Centro di medicina e biologia della riproduzione all'European Hospital di Roma, è stato pubblicato sulla rivista scientifica “New England Journal of Medicine”. 

In pratica su diciotto impianti eseguiti, sono nati undici bambini (cinque femmine e un maschio), tutti sani. L’approfondimento dell’equipe di ricercatori italiani ha riguardato il monitoraggio di quasi quattromila blastocisti (ovvero il complesso di cellule che si formano entro le prime due settimane dalla fecondazione): di queste il 5 per cento presentava cellule sane e malate. Secondo gli esperti anche queste tipologie di blastocisti vanno considerati utili per il trasferimento in utero e non più congelate o, come avviene in altri Paesi (non in Italia), eliminate. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea e non può non toccare la sfera etica, come sempre avviene di fronte a tematiche del genere: quanti degli embrioni ritenuti malati sono stati cancellati finora e con loro quante nascite sono state interdette? Insomma, quanti bambini non sono mai nati?

Lo studio in questione certifica che alcuni embrioni malati possono essere capaci di “auto-correggersi: una volta impiantati, le cellule sane prendono il sopravvento su quelle malate. Potendo utilizzare anche questi embrioni ‘anormali’, possiamo aumentare di fatto le percentuali cumulative di successo della fecondazione in vitro, oltre che renderla più sicura per le donne”, spiega l’autore dello studio, Ermanno Greco. La ricerca ha portato a verificare che trasferendo nell’utero embrioni parzialmente malati si possono avere gravidanze normali e bambini in salute. “Si tratta di un primato mondiale e di una scoperta che – sottolinea Greco - ha un duplice significato clinico: possiamo infatti aumentare le percentuali cumulative di successo della fecondazione in vitro”. In pratica è come se si fosse data l’opportunità a embrioni parzialmente malati trasferiti nell’utero materno di trovare una loro strada, “e lo abbiamo proposto alle coppie che si sono trovate in questa situazione”, aggiunge Francesco Fiorentino, biologo molecolare, coautore dello studio, direttore dei laboratori Genoma di Roma e Milano”. La sintesi dei ricercatori italiani è: “Non c’è pericolo per la coppia se la gravidanza non va avanti, ma se va avanti, nascerà un bambino sano”.

Ma chi può ricorrere alle nuove tecnologie in materia di procreazione assistita attraverso la diagnosi pre-impianto? Possono farlo “donne infertili che hanno avuto difficoltà a rimanere incinte o a portare avanti una gravidanza e che hanno già affrontato vari fallimenti nel concepimento sia per via naturale che assistite, e anche donne con età materna considerata ‘avanzata’ (ovvero superiore ai 35 anni)”, affermano i ricercatori che hanno già riscontrato una rispondenza positiva tra le coppie in trattamento che desiderano un figlio.

LuBi
 
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