Dopo Parigi, scricchiola l'asse franco-tedesco. Di chi è la colpa?

23 novembre 2015 ore 16:57, intelligo

di Alessandro Corneli

Dopo Parigi, scricchiola l'asse franco-tedesco. Di chi è la colpa?
Siamo di fronte alla rivincita della politica (Hollande) sull’economia (Merkel)? Il presidente francese, François Hollande, ha occupato la scena, la Marseillaise scalza l’Inno alla gioia, e se a Parigi l’afflusso dei turisti si è dimezzato, la capitale europea (Bruxelles) è deserta, blindata e con il fiato sospeso. Angela Merkel, il 22 scorso, ha festeggiato il decimo anniversario della sua salita al potere, ma lo ha fatto nella solitudine generata dal silenzio della Germania nella guerra ri-dichiarata da Parigi all’Isis. Ora a Parigi non sanno che cosa pensare di un asse con Berlino che, almeno fino a questo momento, ha smesso di funzionare e che sembrava invulnerabile. Meglio avvicinarsi o riavvicinarsi agli Stati Uniti dove il prudente Barack Obama comincia ad alzare la voce. In fondo, l’alleanza franco-americana è più antica. I due paesi non sono mai stati in guerra l’uno contro l’altro. Fu grazie agli aiuti francesi (anche se dati per fare un dispetto all’Inghilterra) che gli insorti americani vinsero la guerra d’indipendenza e i tre colori presenti nella bandiera a stelle e strisce (blu, bianco e rosso) sono gli stessi che furono poi adottati dai rivoluzionari francesi e si ritrovano sia nella bandiera del Regno Unito che in quella della Federazione Russa. Vorrà pur dire qualcosa. Anche il premier britannico David Cameron sembra orientarsi verso un’azione diretta in Siria. Poiché anche la Cina ha dichiarato guerra al terrorismo islamico, i Cinque Grandi si muovono nella stessa direzione.

Forse è presto per scoprire ed esaltare il profilo di statista di Hollande, ma il presidente francese ha reagito bene alle stragi del 13 novembre e la sua popolarità è in aumento. Difficile vederlo ancora subordinato alla Merkel, che negli ultimi due mesi ha perso 14 punti in popolarità (principalmente a causa dell’apertura sull’immigrazione). L’egemonia economica tedesca deve cedere il passo alla leadership politica francese, ma non dimentichiamo che la Francia possiede le armi nucleari ed è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e la Germania no. Forse la Cancelliera non ha avuto tutti i torti a rifiutare di essere incoronata regina della Ue. Ciò rappresenta comunque un’ulteriore dimostrazione che l’autostrada economico-monetaria imboccata dall’Europa si è rivelata incapace di innestare un’equivalente convergenza politica, smentendo il progetto Monnet. La Bce continua per la sua strada: aumenterà la liquidità ed estenderà il suo controllo sul sistema bancario. Ma poi chi farà la politica industriale? Le banche sono attrezzate per concepirla e dirigerla? I precedenti storici non depongono a favore. Guardare agli Stati Uniti non basta e non è appropriato: oltre Atlantico, i vertici del triangolo – Fed, Wall Street e Casa Bianca – possono anche essere uniti da lati di disuguale e variabile lunghezza, ma formano un poligono chiuso e saldo. Non è così in Europa.

Sebbene la Francia si trovi nella condizione di riaffermare la leadership politica dell’Europa, le risorse di cui dispone sono in proporzione minori di quelle che aveva nella fasi iniziali del processo di integrazione, che non potrà rilanciare solo attraverso un’operazione militare in Siria. Allora la domanda è se, pur nella drammaticità delle circostanze, Parigini ha un disegno politico, che potrebbe affiancarsi alle idee di Cameron sul futuro dell’Europa e consentire al Regno Unito di restare nella Ue. Non ci sono elementi per convalidare questa ipotesi, ma è certo che qualcosa cambierà in Europa e l’Italia, co-protagonista nella fase di avvio, non dovrebbe lasciarsi cogliere di sorpresa.


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