Dopo Russia-Ucraina scoppia la “mina" Azerbaigian-Armenia. Parla l’ambasciatore Sadiqov

23 ottobre 2014 ore 11:10, intelligo
Dopo Russia-Ucraina scoppia la “mina' Azerbaigian-Armenia. Parla l’ambasciatore Sadiqov
Un’autonomia “italiana” stile Alto Adige per il futuro del Nagorno-Karabakh? Soluzione che Hollande potrebbe proporre ai presidenti di Armenia e Azerbaigian nell’atteso vertice di fine ottobre voluto dal presidente francese per risolvere il conflitto nella regione caucasica contesa. Riprendiamo alcune anticipazioni date all’Agir dall’Ambasciatore azero in Italia Sadiqov. 
Si è parlato ampiamente del recente incontro a Milano tra Vladimir Putin e Petro Poroshenko. Un faccia a faccia che, per la verità, non sembrerebbe aver prodotto risultati eclatanti per risolvere il conflitto tra Mosca e Kiev e ristabilire finalmente la pace nell’area contesa. Quella tra Federazione Russa e Ucraina è certamente la crisi più drammatica che coinvolge i Paesi dell’ex Unione Sovietica, ma purtroppo non la sola a preoccupare tanto a livello internazionale. Lo sa bene il presidente francese François Hollande, che nei prossimi giorni ha programmato uno storico incontro a tre con il presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ed il presidente della Repubblica dell’Armenia, Serz Sargsyan, per cercare di trovare una soluzione definitiva alla questione del Nagorno-Karabakh che divide i due paesi del caucaso meridionale da oltre venti anni. Il Paese transalpino, infatti, guida il gruppo di Minsk insieme a Russia e Stati Uniti (più altri 7 stati tra cui l’Italia), ossia quella struttura creata all’interno dell’Ocse proprio per trovare una soluzione pacifica al conflitto; ed ha, più di altri Paesi europei, interesse a risolvere il problema visto che in Francia vivono e votano milioni di armeni. Alla vigilia del vertice con Hollande siamo andati a raccogliere le impressioni anche su questo argomento di Vaqif Sadiqov, dal 2010 Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian in Italia e molto esperto di questioni internazionali avendo cominciato la carriera diplomatica nel 1992 nel Ministero degli Affari Esteri del proprio Paese. Sadiqov nella sua lunga carriera ha inoltre partecipato a riunioni dell’Ocse, del Consiglio di Cooperazione Nord Atlantico e della Comunità degli Stati Indipendenti; a negoziati ed eventi internazionali in materia di gestione dei conflitti, questioni politico-militari, sicurezza regionale e controllo su armi convenzionali. Dal 2004 al 2010 è stato viceministro degli Esteri dell’Azerbaigian. Ambasciatore Sadiqov, a fine ottobre ci sarà l’atteso incontro Hollande-Aliyev-Sargsyan. Ci anticipi qualcosa. Il suo Paese è pronto ad un compromesso? «Prima di tutto vorrei dire che questo conflitto è cominciato ufficialmente dal 1988 ed è un conflitto non tra Azerbaigian ed alcune autorità locali armene ma tra la Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica dell’Armenia. Perché i territori dell’Azerbaigian sono stati occupati dal governo armeno che ancora mantiene le proprie forze armate sui nostri territori. Circa la risoluzione di questo conflitto da un punto di vista giuridico ci sono tutti gli elementi per decidere. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha già effettuato 4 risoluzioni per cui gli armeni devono ritirare le loro forze armate senza alcuna condizione. Ma purtroppo dal 1993, ovvero dal giorno in cui sono state confermate queste risoluzioni, ancora non lo hanno fatto. Nel 1996 c’è stato un vertice dell’Ocse e tutti i paesi, tranne l’Armenia, hanno votato a favore del ritiro delle truppe armene dalla regione. E, dopo questa, tante altre organizzazioni internazionali hanno dichiarato con documenti ufficiali che l’Armenia dovrà ritirare le proprie truppe: UE, Parlamento Europeo, Consiglio d’Europa, Nato, Ocse. Purtroppo queste risoluzioni non hanno avuto seguito. Per questo la situazione oggi è così critica. Il 20% del territorio dell’Azerbaigian è stato occupato da un paese estero, e circa 750mila azerbaigiani che abitavano in queste regioni sono stati mandati via dalla proprie case. Oggi sono alloggiati nelle varie città dell’Azerbaigian come rifugiati. Inoltre oltre 250mila azerbaigiani che vivevano nel territorio dell’Armenia sono stati cacciati ed oggi vivono nel nostro Paese. Quindi in Azerbaigian abbiamo quasi 1 milione di rifugiati in un paese di appena 9 milioni di abitanti ». Questa è la situazione drammatica attuale, ma qual è la vostra proposta? «La nostra posizione sul conflitto è la seguente: le forze armate dell’Armenia devono tornare in patria. Subito dopo, l’Azerbaigian si farà carico con i propri fondi delle ricostruzione in questa regione. Perché tutto è andato distrutto, ci sono delle mine sparse sul territorio, non c’è acqua né gas o elettricità. Una volta ultimata la ricostruzione i nostri rifugiati dovranno tornare a casa e quindi armeni e azerbaigiani potranno vivere insieme». Vi aspettate aiuti economici dalla UE? «L’Unione Europea non ha mai offerto proposte finanziarie all’Azerbaigian per la ricostruzione di questa regione, ma vorrei far notare che all’Ucraina in questi giorni ha proposto un contributo di 50 milioni di euro. Ora questi soldi europei non ci servono, perché queste cifre oggi non sono rilevanti per noi, mentre nei primi anni ‘90 questi soldi ci servivano tantissimo ma nessuno ce li ha offerti». Ma davvero ritiene possibile una convivenza tra i due popoli dopo tutto quello che c’è stato? «L’Armenia, con il tacito assenso delle potenze estere, ha occupato le nostre terre nel ‘92 e per questo la prima vittima è stato il diritto internazionale. Perché i territori sono stati occupati con l’uso della forza. Dicendo che non è possibile questa convivenza noi tagliamo alla radice il diritto internazionale. Perché se accettiamo questa posizione che l’uso della forza è un’opzione possibile, allora domani se l’Azerbaigian facesse una contro operazione occupando alcune regioni dell’Armenia noi avremmo diritto a dire che ciò è possibile perché quando sono state occupate le nostre terre nessuno ha fatto niente per impedirlo. Il fatto che questi rifugiati debbano tornare in queste regioni ha un senso. Come saprà, in base al diritto internazionale, i rifugiati hanno il pieno diritto di tornare a vivere in patria. Sarà difficile ma a loro non possiamo negare questo diritto». Dunque pare di capire che se questa è la vostra posizione ufficiale non uscirà alcun risultato dal vertice voluto da Hollande? «Non posso saperlo, ma so che la nostra volontà è dare a questa regione un’autonomia superiore, e questo è già un grande compromesso. Dopo che i nostri rifugiati torneranno nel Nagorno-Karabakh noi siamo pronti ad intavolare accordi economici con l’Armenia, perché come saprà oggi non abbiamo alcun rapporto diplomatico o politico con questo Stato. E poi dopo tutto questo, quando i due popoli avranno una pacifica convivenza, saremo pronti a dare uno stato di autonomia superiore a detta regione. Questa è già stata la nostra più alta concessione. Questa è la nostra posizione basata sul diritto internazionale, e non abbiamo alcuna intenzione di fare passi indietro. Il Nagorno-Karabakh soltanto nel quadro della sovranità della Repubblica dell’Azerbaigian può avere una autonomia territoriale superiore. Invece l’Armenia vuole che diventi la seconda Armenia oppure annetterlo al proprio Paese. Noi non possiamo accettare nessuna delle due ipotesi. Hollande lo sa e il nostro presidente non farà alcun passo indietro rispetto a questo. E l’Armenia dovrà capire che questo conflitto si risolverà o con la pace o con la guerra». L’Azerbaigian non è più quello di un tempo. Oggi è una potenza economica ma anche una potenza militare… «Certo, ha ragione a sottolinearlo ed è diritto di ogni Paese liberare il proprio territorio occupato. Gli Stati uniti, ad esempio, forse non hanno assicurato la propria sicurezza nazionale bombardando un altro paese lontanissimo come l’Afghanistan? Anche Israele facendo operazioni militari in vari paesi vuole solo assicurare la propria sicurezza nazionale. E la Turchia non ha forse bombardato i separatisti curdi in Iraq per assicurare la propria sicurezza nazionale? Ebbene, in tutti questi casi che le ho citato il territorio di questi Paesi non è stato minimamente occupato. In Azerbaigian invece 16 mila chilometri quadrati sono stati occupati e la Ue continua a dirci di non usare le forze armate ma la diplomazia. C’è un approccio un po’ fuori della logica». Crede che il presidente armeno abbia invece qualcosa da concedere? «Non so ma lo spero. Come sa, tutta l’operazione mediatica che viene organizzata in Europa su questo conflitto è basata soltanto sull’elemento religioso. L’Armenia vuole creare la sensazione che c’è il pericolo che un piccolo paese cristiano possa essere occupato da un grande paese musulmano, e quindi la Ue dovrà “salvare” questa piccola isola felice cristiana. Ma oltre a quello religioso non ha alcun argomento di difesa basato sul diritto internazionale». Come per la questione Russia-Ucraina, anche per risolvere la crisi tra Baku ed Erevan potrebbe alla fine spuntare dal cilindro francese una soluzione tutta “italiana”. Se si parla infatti di un’autonomia stile Alto Adige per il futuro del Dombass, la regione filo-russa dell’Ucraina orientale, perché allora non pensare ad un’autonomia modello Alto Adige anche per il futuro del Nagorno-Karabakh? «Vedremo se sarà questa la carta segreta tricolore che il presidente Hollande vorrà giocarsi sul prossimo difficile tavolo delle trattative con Aliyev e Sargsyan. Se così non fosse, un altro sanguinoso conflitto potrebbe sconvolgere ben presto altre due Repubbliche ex Sovietiche nel Caucaso meridionale. Perché negli ultimi anni anche in Azerbaigian hanno imparato un famoso detto dell’Antica Roma che diceva: “Se vuoi vivere in pace preparati alla guerra”. L’Azerbaigian vuole fortemente la pace ma pare anche di capire che, se ciò non fosse possibile, è già pronto all’uso delle armi».    
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