Caporalato in Salento: chiesti 170 complessivi per “riduzione in schiavitù”

23 settembre 2016 ore 10:41, Luca Lippi
Il procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone, chiedendo pene equiparabili a quelle dei processi di criminalità organizzata vule segnare un colpo determinante al fenomeno del caporalato.
La storia viene scritta nelle aule del Tribunale di Lecce, da dove esce una sentenza che ha il sapore di un attacco esemplare come quelli sferrati alle più efferate organizzazioni criminali. 
Quattro ore filate per affermare e confermare che i lavoratori che raccoglievano angurie e di pomodori della masseria Boncuri di Nardò furono trattati come schiavi per quattro stagioni estive consecutive, dal 2008 al 2011. 
Chieste pene fra i 7 ed i 14 anni per quasi 170 anni complessivi di carcere per i 16 imputati del processo nato dall’operazione “Sabr”. Fra questi ci sono anche sette imprenditori salentini.
L’ipotesi di reato che ha originato il processo è quella di “riduzione in schiavitù”, la vicenda risale al 22 maggio del 2012 con 22 arresti.

Caporalato in Salento: chiesti 170 complessivi per “riduzione in schiavitù”

Al processo i braccianti si sono costituiti parte civile e a loro favore si è speso il Magistrato che ha sostenuto l’accusa nonostante il Tribunale del Riesame l’aveva ritenuta insussistente
La requisitoria
 “Questo reato è andato evolvendosi sotto forme che fino al 1999-2000 non conoscevamo. Le abbiamo conosciute quando ci siamo occupati degli scafisti che trasportavano merce umana preziosa: le prostitute. Perché continuo a contestare questo reato? Perché mi sono trovata davanti un ragazzo con segni di torture subite nei campi, chi aveva un panino e non riusciva a mangiarlo per la stanchezza, chi non aveva da mangiare. Questa è l’Italia, questo è il territorio di Nardò”, queste le parole rivolte alla Corte.
Il magistrato ha introdotto nella discussione il tema della vulnerabilità che due anni fa riformò il reato di riduzione in schiavitù: la riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di vulnerabilità, di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona. Cioè: “Una situazione in cui la persona in questione non ha altra scelta effettiva ed accettabile, se non cedere all'abuso di cui è vittima”.
Mignone non si arresta, è una questione di umanità e non di pietà, alla Corte precisa: “Vi dovrete immedesimare in loro, nelle vittime, e non ignorare certe situazioni come fecero la polizia municipale di Nardò ed il sindaco che non volle costituirsi parte civile in questo processo. Anche se in questo processo abbiamo dibattuto soprattutto della violenza psicologica, quella più difficile da dimostrare. Nel mio capo di imputazione troverete tutto questo, troverete ritmi sfiancanti, orari assurdi, impossibilità per i lavoratori di poter disporre della libertà di andare via. È vero tutto questo? Il processo ci ha consegnato tutto questo? Il Tribunale del Riesame sostenne che vi era il consenso dei lavoratori, che avessero la capacità di autodeterminazione”.
Le pene invocate sono state calcolate sull’accusa di associazione a delinquere finalizzata al reclutamento, allo sfruttamento ed alla riduzione in schiavitù di cittadini extracomunitari. In tutto chiesti 170 anni di carcere.

autore / Luca Lippi
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