Lavoro: ecco perché il +36% di contratti stabili è un campanello d'allarme

24 agosto 2015, Luca Lippi
Lavoro: ecco perché il +36% di contratti stabili è un campanello d'allarme
Secondo l’Inps nei primi sei mesi del 2015 si è registrato un bel +36% di nuovi contratti di lavoro cosiddetti “stabili” che nel nuovo ordinamento sarebbero i vecchi contratti a tempo indeterminato.

Se la sensazione sarebbe quella che il precariato sta finalmente trovando una soluzione, la realtà è che la situazione, invece, è decisamente peggiorata!

Perché? Lo spieghiamo subito. Il Jobs Act (Legge n. 183/2014 più decreti attuativi del marzo 2015) introduce il contratto unico a tempo indeterminato e a tutele crescenti, nei fatti di indeterminato esiste solamente il nome . Tradotto per chi non è conscio di quanto sta accadendo, il contratto unico a tempo indeterminato e a tutele crescenti non è altro che precarietà illimitata.

E’ vero che cambia poco (punti di vista) è vero anche che il Jobs Act rende più “leggero” l’impegno degli imprenditori che rischiano capitale proprio, ma è anche vero che da qui a dire che c’è una flessione dei dati della precarietà è eccessivo. In sostanza il lavoratore che dovesse essere licenziato per cause economiche o giusta causa non può più ricorrere al tribunale del lavoro per il reintegro. Sia ben chiaro, se la giusta causa è un motivo disciplinare potremmo anche chiudere un occhio e giudicarlo superficialmente corretto in ogni caso, ma il licenziamento per motivi economici (in questo periodo) è la certezza matematica di un lavoro che è assolutamente precario.

Nei fatti il Jobs Act è questo: in caso di ricorso del lavoratore licenziato, il giudice può accordare al lavoratore solo una misera tutela obbligatoria (risarcitoria) che oscilla da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità (quindi addirittura peggiorativa rispetto alla forbice 12-24 prevista dalla Legge Fornero). Il lavoratore gode ancora della tutela reale (reintegro) solo in caso di licenziamento per g.m.s. o giusta causa in cui dimostri (inversione dell’onere della prova a suo carico) l’insussistenza del fatto materiale contestatogli. La reintegra è esclusa anche nel caso in cui il giudice accerti la sproporzionalità tra fatto contestato e licenziamento.

I fatti reali sono che moltissimi imprenditori (come biasimarli) hanno cessato i vecchi contratti di lavoro a tempo indeterminato per sostituirli col nuovo contratto previsto dal Job Act, e un motivo è che la nuova tipologia di contratto presenta una evidente contrazione delle garanzie in favore del lavoratore, l’altro motivo è che dal 1/1/2015 le imprese che assumono a tempo indeterminato godono di importanti incentivi in termini di decontribuzione.

Tuttavia, nonostante il marasma di facilitazioni e di “bonus” (di cui ancora latitano le coperture) l’Istat avrebbe recentemente diffuso dati preoccupanti secondo i quali “a giugno 2015 la disoccupazione è tornata a salire (12,7%) e quella giovanile ha toccato livelli da paura (44,2%)”.

Per chi volesse capirci qualcosa, per avere un movimento positivo del mercato del lavoro condizione necessaria e (appena) sufficiente è l’aumento del Pil di almeno 2 punti percentuali, tutto il resto è propaganda.

Seguici su Facebook e Twitter

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]