Marazzi (Scelta Europea): “Vi spiego la mia arma letale per battere gli euroscettici"

24 aprile 2014 ore 17:07, Lucia Bigozzi
Marazzi (Scelta Europea): “Vi spiego la mia arma letale per battere gli euroscettici'
Dicono di lui che sia “l'uomo giusto al posto giusto”. E che abbia “un'arma letale” nella sfida elettorale che segnerà il nuovo corso dell’Europa. Stavolta, infatti, il voto di maggio sarà un referendum su quale Europa, su come stare in Europa e ad altre latitudini politiche (da Grillo alla Lega) su come uscirne. Battaglia all'ultimo voto. Marco Marazzi è un imprenditore prestato alla politica, conosce la fatica del lavoro, le responsabilità del dare lavoro e sa far quadrare i conti. “Regola necessaria se vuoi stare sul mercato ed essere competitivo”, mette subito in chiaro. Così la sua storia personale fin qui. Intelligonews lo ha intercettato appena uscito dal quartier generale di Scelta Civica dopo un vertice operativo sulla campagna elettorale. E' candidato per Scelta Europea nella Circoscrizione Nord-Ovest, categoria new entry. “Poche parole, molti fatti”, sintetizza in uno slogan che, però, dice molto del suo approccio alle cose.
Marazzi, qual è questa famigerata “arma letale”? «Non sono io a dover dare una simile definizione. Quello che so, è cosa dovrebbe accadere in Europa per migliorare la percezione che gli italiani hanno dell'Unione europea e del parlamento europeo». Fuori l'idea. «Oggi l'Europa viene vista come una sorta di “banca” che dà solo regole, impone vincoli e paletti senza dare nulla in cambio ai cittadini ai quali si chiedono sacrifici. Ed è questo uno dei motivi dell'insofferenza palpabile tra la gente, molto spesso delusa da un sogno, un obiettivo grande e ambizioso che, alla fine, si è trasformato in un incubo». Cosa serve per ribaltare questa percezione? «Serve un cambio di paradigma. Serve innovazione, serve coerenza e pragmatismo. Serve partire dai problemi per trovare le soluzioni, così come accade in ogni famiglia italiana e in ogni impresa. Affrontare con decisione e coraggio il problema per risolverlo al meglio. Penso sia arrivato il momento di imprimere un'accelerazione al concetto di federalismo degli Stati europei. Per certi aspetti, è un po' lo schema che caratterizza gli Stati Uniti d'America». Qual è la sua visione? «E' necessario creare sinergie a livello europeo sui mercati finanziari e maggiore integrazione sul versante economico in settori strategici quali ad esempio, quello energetico per incrementare il livello competitivo ed essere meno dipendenti da altri Stati, vedi la Russia. Altro punto essenziale, a mio giudizio, è l'impegno che l'Europa deve garantire con investimenti in grado di portare benefici ai singoli Stati membri. Penso ad esempio a settori innovativi e in forte crescita quali le piattaforme digitali; anche per acquisire uno standard più incisivo di competitività rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. Mi domando perchè in Europa non abbiamo una compagnia come Google e per far questo occorre un cambio di marcia deciso». Quando parla di armonizzazione fiscale, a cosa pensa in concreto? «Trovo inaccettabile e per certi aspetti incomprensibile, il fatto che in Irlanda si paga il 15 per cento di tasse e in Italia siamo oltre il 50 per cento, sia per le persone fisiche che per le aziende. In questo modo gli investitori stranieri non punteranno mai sul nostro Paese, bensì se ne terranno alla larga». E sulla politica estera e di difesa, l'Europa a che punto è? «Siamo molto indietro. Qui le cose devono cambiare seriamente: non ha senso avere 28 eserciti nazionali che significano ridondanza di strutture e lievitazione di costi. La mission è un unico esercito europeo. Accanto a un sistema unico di difesa, serve una politica estera dell'Europa realmente unitaria e condivisa: ciò darebbe all'Europa anche un peso negoziale maggiore e più autorevole nei confronti delle altre potenze mondiali. Eppoi c'è il grande tema dell'immigrazione...». Lei cosa propone? «E' ingiusto e impensabile che l'Italia si trovi ad affrontare da sola il dramma di milioni di persone in fuga da guerre, morte, carestie, miseria. Se siamo la porta dell'Europa nel Mediterraneo è l'ora che l'Europa si dia una mossa e faccia la sua parte fino in fondo. Qui occorre un cambio di visione a trecentosessanta gradi: propongo una legge europea sull'immigrazione come del resto esiste in America e nei paesi anglosassoni. Sì all'accoglienza, ma con regole chiare e assunzione di responsabilità da parte di tutti». Questo voto sarà anche un referendum sull'euro come Salvini e Grillo stanno propagandando. La preoccupano le spinte euroscettiche? «Sono manovre propagandistiche giocate sull'insofferenza degli italiani che oggi vedono l'Europa come un dispensatore di imposizioni senza restituire nulla in cambio ai cittadini europei: pensiamo ad esempio alle quote latte fortemente penalizzanti per il nostro paese o alle dimensioni dei pomodori o delle arance. Roba assurda... La gente percepisce la distanza dell'Europa dalla vita quotidiana di ognuno di noi e questi movimenti cavalcano il tema in modo populista soffiando sul fuoco del disagio. Va rivisto l'intero sistema, partendo dalle cose più vicine alla vita delle persone». Da imprenditore, mi spiega cosa significherebbe per l'Italia uscire dall'euro? «Nell'immediato un'impresa potrebbe avere alcuni vantaggi, soprattutto nell'export e nella competitività dei prodotti italiani sui mercati internazionali. Ma gli effetti negativi superano di gran lunga le temporanee convenienze. Primo: lo spread da 160 punti base schizzerebbe a quota 700 portando il nostro debito a livelli insostenibili. L'Italia è il paese con il debito più alto al mondo rispetto al Pil e per questo occorre scongiurare manovre che mettano a rischio un già delicato equilibrio. Ricordo che cento punti di spread costano all'Italia venti miliardi di euro, se lo rapportiamo ai 450 punti base raggiunti nell'ultima fase del governo Berlusconi, facciamo in fretta ad avere un'idea chiara del costo che dovremmo sostenere. Non solo: il sistema bancario andrebbe in crisi e la prima conseguenza sarebbe il blocco del credito alle imprese. E la contraddizione di fondo che si creerebbe è molto semplice: le aziende che magari esporterebbero di più con il ritorno alla lira, sarebbero stimolate a fare investimenti per i quali chiederebbero il credito alle banche le quali, per evitare il rischio fallimento, coi titoli di Stato fortemente svalutati, chiuderebbero immediatamente il rubinetto dei finanziamenti. Un bel capolavoro... Un conto sono le parole, spesso in libertà; altro è far quadrare i conti. Abbiamo bisogno di Europa, noi siamo l'Europa, ma questa Europa deve trasformarsi veramente e in maniera definitiva, in una grande opportunità per tutti i cittadini europei. Oggi assomiglia di più a una fotografia sbiadita».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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